Un racconto a più voci della squadra che conquistò il Grande Slam e della maglia numero 18 ritirata per Kenney

La storia dell’Olimpia Milano torna al centro dell’attenzione con il ricordo di una delle sue formazioni più amate: la Simmenthal dei primi anni ’70. In occasione delle celebrazioni per i 90 anni del club, che ha compiuto novant’anni nel gennaio scorso, i protagonisti di quella stagione si sono riuniti per ripercorrere vittorie, rivalità e aneddoti.
Il nucleo di giocatori che fece la fortuna di quell’annata ha voluto consegnare la propria esperienza a un libro collettivo, nato come dono tra compagni e pensato per diventare patrimonio condiviso.
Quella generazione è spesso descritta come una vera e propria Band of Brothers, un gruppo capace di imprimere un’identità forte nella memoria dei tifosi. Al centro del racconto c’è Arturo Kenney, figura simbolo del gruppo, la cui storia personale — dai campi di New York agli anni d’oro milanesi — si intreccia con gli altri protagonisti come Capitan Masini, Bariviera, Iellini, Cerioni e lo staff tecnico con Sandro Gamba al fianco di Cesare Rubini. La reunion, organizzata con il supporto del Museo del Basket di Milano, è stata la scenografia perfetta per presentare il volume e rinnovare il legame tra squadra e città.
Il contesto sportivo e il valore simbolico della squadra
L’Olimpia di quegli anni non fu soltanto una collezione di successi: rappresentò un modello di identità sportiva. Tra i momenti più celebri rimane il Grande Slam del 1972, quando la formazione vinse scudetto, Coppa Italia e Coppa delle Coppe, sancendo una stagione memorabile. In quegli anni i confronti con Varese e il totem Dino Meneghin segnarono una rivalità che spinse l’Olimpia a cercare risposte tecniche e caratteriali, scegliendo giocatori capaci di cambiare il volto della squadra. Le scelte di mercato, le prove sul campo e la capacità di coesione trasformarono una serie di partite in un’epopea lunga tre anni di spareggi e sfide decisive.
Il valore collettivo oltre il singolo
Nel racconto dei protagonisti emerge con forza il concetto di squadra come famiglia: il termine in loco parentis utilizzato per descrivere la società rende l’idea del ruolo civile e formativo del club. Arthur Kenney, arrivato a Milano dopo esperienze giovanili al fianco di Lewis Alcindor alla Power Memorial Academy, racconta la propria voglia di meritarsi un posto accanto a campioni come Bill Bradley e Skip Thoren. È proprio la capacità della compagine di trasformare individualità in un progetto condiviso che ha consolidato il mito di quella Simmenthal.
Arturo Kenney: dal campo a Wall Street e ritorno a Milano
La biografia personale di Arturo — chiamato affettuosamente Arturo dai milanesi — aggiunge uno spessore umano al racconto collettivo. Dopo aver appeso le scarpe al chiodo ha intrapreso una carriera come broker a Wall Street, ma il legame con Milano non si è mai spezzato: oggi Kenney torna ogni anno per un mese, considerandola una seconda casa. La sua maglia numero 18 è stata la prima a essere ritirata nella storia del club, simbolo di riconoscimento per un giocatore che non solo segnò sul parquet ma divenne figura di riferimento nello spogliatoio e nella comunità cestistica.
Il libro come testimonianza e dono
Il volume nato dall’idea di Kenney e del presidente del Museo, Giorgio Papetti — che fu anche compagno di stanza di Kenney — raccoglie le testimonianze degli stessi protagonisti. Sottotitolato con l’evocazione dei tre spareggi, il libro è stato prima distribuito ai compagni e sarà successivamente reso disponibile gratuitamente per i tifosi tramite i siti dell’Olimpia e del Museo del Basket di Milano. In questo modo la memoria collettiva diventa accessibile, trasformando un gesto privato in un patrimonio pubblico.
L’eredità sul campo e fuori dal campo
Oggi la lettura di quelle stagioni serve a comprendere come certe squadre costruiscano legami duraturi tra persone, città e istituzioni sportive. La reunion che ha visto la presenza di figure come Capitan Masini, Bariviera, Iellini, Cerioni e Sandro Gamba — allora assistente di Rubini — ha rimarcato l’idea che la storia si fa con le persone. Il libro, le foto alle pareti della sede e il ricordo delle sfide con Varese contribuiscono a mantenere viva la memoria di un periodo chiave per il basket italiano, dimostrando che il valore di una squadra si misura anche nella sua capacità di diventare racconto condiviso.





