Emma Dante firma testo e regia di uno spettacolo duro e poetico sul femminicidio, premiata con il Leone d'Oro alla carriera alla Biennale Teatro di Venezia 2026

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La drammaturga e regista siciliana Emma Dante, insignita del Leone d’Oro alla carriera alla Biennale Teatro di Venezia 2026, propone un nuovo lavoro che mette al centro il tema del femminicidio. Con il suo linguaggio familiare di tensione, frammenti grotteschi e qualche vena di umorismo amaro, Dante costruisce un racconto teatrale che si muove tra reiterazione e visione onirica per mostrare come la violenza domestica diventi normalità.
Lo spettacolo si svolge quasi tutto tra le pareti di una casa, dove una donna vittima di abusi subisce un destino che si ripete senza fine: muore, ma la sua morte viene negata, e ogni mattina si risveglia per ricominciare la quotidianità. Questa struttura circolare diventa una lente per analizzare il meccanismo sociale che nasconde e giustifica la violenza, mostrando come il ruolo della donna sia incatenato dalle aspettative famigliari e sociali.
Trama e meccanica drammatica
Nel cuore del racconto la violenza privata esplode in modo atroce: un marito uccide la moglie colpendola con un ferro da stiro. Ma la morte fisica non basta a interrompere la sequenza: la donna torna ogni giorno a svolgere le stesse mansioni domestiche, dal preparare il caffè al prendersi cura del figlio e dell’anziana suocera. Questa ripetizione trasforma la casa in un girone personale, una prigione temporale dove la pena non conosce estinzione. La scelta di far rivivere la protagonista alla mattina successiva agisce come dispositivo narrativo per denunciare la naturalezza con cui la società spesso accetta la violenza.
Immagini e simboli
L’immagine ricorrente dell’angelo del focolare — figura grottesca e insieme sacra — sintetizza il paradosso: la donna è idealizzata nel ruolo domestico ma materialmente annientata dalla violenza. Il gesto quotidiano dell’aprire la moka, che si trova sempre serrata troppo stretta, diventa un simbolo di ostacolo e ripartenza forzata: un dettaglio domestico che racconta ripetizione e impotenza. La vestaglia che si agita come se potesse volare suggerisce la tensione verso la libertà, negata dall’ordine famigliare.
Personaggi, cast e scelte sceniche
Il lavoro è firmato nella drammaturgia e nella regia da Emma Dante, che cura anche scenografie e costumi per rendere la dimensione domestica singolare e straniante. Sul palco recitano David Leone, Giuditta Perriera, Ivano Picciallo e Leonarda Saffi, interpreti che incarnano il microcosmo familiare con intensità. Le luci di Cristian Zucaro modellano gli spazi come cavità emotive, alternando penombre opprimenti e lampi di realismo crudo.
Produzione e collaborazioni
La produzione è della Compagnia Atto Unico/Sud Costa Occidentale, con un’ampia coproduzione che coinvolge numerosi teatri e scene nazionali e internazionali, tra cui il Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa e il Teatro di Napoli – Teatro Nazionale. Questa rete di sostegno riflette la portata del progetto, pensato per confrontarsi con platee diverse e stimolare un dibattito pubblico sul tema del femminicidio e della responsabilità collettiva.
Lo spettacolo esplora il rapporto tra silenzio sociale e violenza privata: la negazione della morte della protagonista simboleggia l’invisibilità delle vittime e la tendenza a minimizzare gli abusi. La suocera, che prova compassione per il figlio anziché condannarlo, rappresenta l’alleanza familiare che protegge il carnefice. In questo senso, la pièce non resta confinata al piano personale ma tocca questioni culturali più ampie: come vengono interpretati i ruoli di genere, quale spazio occupano la pietà e la giustificazione, e in che modo le istituzioni culturali possono contribuire a rompere il circuito della violenza.
Attraverso una lingua scenica che alterna concretezza e surrealismo, l’opera invita lo spettatore a confrontarsi con immagini scomode e a riflettere sul meccanismo che rende la violenza ripetibile. L’obiettivo non è offrire soluzioni immediate, ma provocare consapevolezza e mettere in luce la difficoltà di spezzare una catena che si alimenta di indifferenza.





