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Lorenzo Zambianchi: “I locali notturni sono stati dimenticati”

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Abbiamo intervistato Lorenzo Zambianchi, artista di piano bar che insieme a molti altri lavoratori subirà le conseguenze del nuovo Dpcm.

Intervista Lorenzo Zambianchi
Intervista Lorenzo Zambianchi

Il nuovo Dpcm entrato in vigore lunedì 26 ottobre prevede, tra le altre cose, la chiusura dei locali pubblici alle ore 18:00. La decisione ha suscitato le proteste dei ristoratori e dei proprietari di locali notturni, già messi in ginocchio dal coprifuoco attivato dal 22 ottobre in Lombardia.

Se i giorni precedenti al Dpcm hanno infatti visto scendere di molto la clientela di alcuni locali, per molti le nuove limitazioni significheranno una chiusura definitiva fino a nuovo ordine.

Noi ne abbiamo parlato in un’intervista con Lorenzo Zambianchi, un musicista che lavora nei locali notturni, e che vive sulla propria pelle le conseguenze di questo nuovo decreto. Egli, infatti, lavora sia nei classici piano bar, con orario prettamente notturno, sia nei ristoranti dove si svolge il cosiddetto “Dinner show”.

Se già il coprifuoco aveva limitato la possibilità di lavorare nei locali impegnati nel dopocena, la chiusura delle 18:00 ha troncato definitivamente la possibilità di lavorare per lui, come per migliaia di altri artisti.

L’intervista a Lorenzo Zambianchi

Che influenza avrà il nuovo Dpcm, in vigore fino al 24 novembre, sugli artisti e lavoratori che sono attivi nei locali notturni o nella ristorazione?

Io parlo sia per me che per i ristoratori, in quanto la situazione è la stessa: nel momento in cui il locale è aperto fino a mezzanotte, per il settore è possibile sopravvivere.

E parlo di “sopravvivere”, non “vivere”: sopravvivere in attesa di tempi migliori. Già con la chiusura alle 23 è arrivato il colpo di grazia. I ristoranti stessi non hanno avuto più spazio, o comunque uno spazio molto limitato, per riuscire a creare una serata con clientela.

Porto alcuni esempi: lo storico Patuscino è stato costretto a chiudere, mentre il Frank ed il San Marco Bistrot nel momento in cui in Lombardia è stato attivato il coprifuoco con la chiusura dei locali alle 23, fondamentalmente non hanno più visto clienti.

Solamente nella settimana precedente, con la chiusura fino alla mezzanotte, i locali erano pieni, ovviamente nei loro tavoli limitati messi a disposizione. La chiusura delle 18 è chiaramente il colpo di grazia che chiude qualsiasi tipo di velleità lavorativa.

Questo decreto va a coinvolgere principalmente quelli che lavorano di notte. Lei pensa che si sia creato un divario tra attività che hanno aperture giornaliere, e attività notturne già danneggiate nei mesi precedenti?

In realtà a causa dello smart working ormai da mesi anche la pausa pranzo è morta a livello di ristorazione, o se non è morta vive per miracolo.

Gli uffici, infatti, non sono più colmi come sempre, per cui anche il settore della pausa pranzo è in rovina. La ristorazione, in un modo o nell’altro, è stata comunque colpita.

Nei tre mesi di lockdown, la ristorazione e i locali notturni avevano chiuso definitivamente. Come è stata la ripresa? Ci sono stati degli aiuti? Lei crede che dopo le nuove chiusure arriveranno aiuti sufficienti per le imprese?

La ripresa è stata eccellente, il mese di settembre, per me che sono un musicista che lavora anche nei ristoranti, è stato un mese uguale a qualsiasi settembre degli anni passati. Per quanto riguarda il discorso degli aiuti, io sono partita IVA, gli aiuti sono stati ridicoli. Prendere due mensilità da 600 euro nell’arco di 7/8 mesi è quantomeno ridicolo, lo sappiamo tutti. A Milano nel 2020, ma anche in una qualsiasi altra città italiana, nessuno può vivere per 7 o 8 mesi con 1200 euro totali. Oltretutto io questi soldi li ho ricevuti a luglio.

La sensazione che purtroppo ho è quella che siamo stati trattati male, dimenticati, non considerati un lavoro importante. Ora sento fare discorsi di cosa è veramente superfluo, cosa è utile, ma chi è che decide l’utilità o la non utilità di un lavoro? Nessuno può deciderlo, né il comune cittadino, nè il politico.

Penso anche alla chiusura di cinema e teatri, che sono legati allo stesso ambito, quello dell’intrattenimento. Lei crede che la sua categoria sia stata considerata una categoria B rispetto a quelle ritenute “più necessarie”?

Sì, e aggiungo anche il discorso delle discoteche, che comunque sono chiuse da febbraio. Si parla delle discoteche come luogo di contagio, ma queste sono chiuse da mesi. Quindi se i numeri salgono o scendono non credo che dipenda dalle discoteche. Il discorso è il solito: se si fanno i controlli in modo adeguato, nei luoghi pubblici al chiuso, nei ristoranti e nei locali, si può tenere tutto aperto. Se però non ci sono i controlli e non c’è neanche il desiderio dall’alto di voler fare le cose fatte bene, la sensazione che uno ha è che vada bene così. Che l’unica forma che hanno per trovare una soluzione al problema è chiudere. Mi sembra davvero limitata come visione.

Lei crede che il suo settore verrà messo in ginocchio più degli altri ambiti toccati dalla crisi del Coronavirus?

Il discorso è questo: io faccio questo di lavoro, ma non sono l’unico settore messo in ginocchio. Ho amici che sono proprietari di palestre, ho amici che lavorano nel turismo, amici che lavorano in altri settori. Tutti stanno subendo pesantemente questo genere di politiche. Non sono politiche che fanno il gioco del lavoratore e del cittadino, a livello sociale e lavorativo, fanno un gioco difficile da capire, perché chiudere così ha poco senso.

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