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Giulio regeni, il documentario che racconta la ricerca della verità

Un film che mette al centro la vicenda di Giulio Regeni attraverso le parole dei suoi genitori e il percorso giudiziario che ha portato al processo contro agenti della National Security egiziana.

Il documentario Giulio Regeni – Tutto il male del mondo costruisce un ritratto intimo e politico del ricercatore trovato morto vicino al Cairo il 3 febbraio 2016. Il regista intreccia filmati d’archivio, girati domestici e la voce della famiglia per restituire non tanto una cronaca giudiziaria quanto l’atmosfera emotiva e civile che ha accompagnato la vicenda.

Immagini e montaggio
Il montaggio mette in dialogo materiali diversi: vecchie registrazioni familiari, spezzoni di cronaca e documenti d’archivio. Questa commistione non vuole sostituirsi all’inchiesta ufficiale, ma rende tangibile la contraddizione tra la dimensione privata del lutto e le pressioni geopolitiche che circondano il caso. Le immagini diventano così un filo sensoriale che guida lo spettatore più con sensazioni ed echi che con spiegazioni nette.

La ricostruzione narrativa
Il film riparte dai fatti noti — il ritrovamento del corpo nel 2016 — e ricompone motivazioni e contesti attraverso testimonianze, materiali d’epoca e ricordi familiari. Alternando flashback domestici a sequenze di cronaca, il documentario suggerisce possibili piste e conseguenze politiche senza avanzare conclusioni non corroborate dai documenti presentati.

Le voci protagoniste
Dietro la macchina da presa c’è Simone Manetti, con la produzione di Ganesh Produzioni. Al centro della pellicola sono le testimonianze di Claudio Regeni e Paola Deffendi, insieme alle spiegazioni legali dell’avvocata Alessandra Ballerini. Esperti e archivi esterni aiutano a inserire il caso nel più ampio quadro delle relazioni Italia–Egitto, offrendo cornici storiche e geopolitiche utili a comprendere il contesto.

Perché questa scelta formale funziona
Privilegiando la testimonianza diretta e l’uso evocativo dell’archivio, il film trasforma la memoria in esperienza visiva: non si limita a raccontare, ma prova a far “sentire” il peso dell’attesa, la frammentarietà delle verità parziali e la lentezza delle istituzioni quando si tratta di giustizia internazionale. Ne nasce una tensione stratificata, costruita più sulla somma di frammenti che su una narrazione lineare.

Il quadro giudiziario
La battaglia legale è parte integrante della trama. L’azione promossa dall’avvocata Ballerini ha portato all’apertura di un procedimento nei confronti di quattro agenti della National Security egiziana; secondo le informazioni raccolte il processo è iniziato nella primavera del 2026, con sentenza attesa entro la fine dell’anno. L’evoluzione processuale permea il racconto, conferendo alla testimonianza familiare un peso simbolico e pratico nelle richieste di verità e responsabilità.

Memoria pubblica e pratiche civiche
La presenza di Giulio nello spazio urbano è un altro filo conduttore: installazioni commemorative come la panchina gialla a Terrazzano e la targa “Verità per Giulio Regeni” testimoniano una mobilitazione civica che si è tradotta in segni concreti della città. La vicenda della rimozione e ricollocazione della targa — oggetto di dibattito tra amministrazione e associazioni — mostra quanto la memoria collettiva sia anche una questione di visibilità e tutela.

Appuntamenti e occasioni di visione
Il film sarà proiettato in diverse date: a Rho, all’Auditorium di via Meda 20, lunedì 16 febbraio alle 21 con presentazione di Barz and hippo e collegamento video con gli autori Matteo Billi ed Emanuele Cava; giovedì 19 febbraio alle 17 nella stessa sede senza la presenza degli autori; lunedì 23 febbraio alle 21 in un altro cinema con biglietto ridotto; e il 17 marzo con ingresso a quattro euro. In alcune serate è previsto il collegamento video con gli autori, offrendo al pubblico l’opportunità di discutere le scelte narrative e l’uso dei materiali d’archivio.

Un’ultima osservazione sul lavoro d’archivio
Manetti concepisce l’archivio come tessuto sensoriale: non semplice documento, ma materia da cui far emergere la memoria. Immagini quotidiane e frammenti d’epoca si stratificano fino a creare una pressione emotiva che riflette l’attesa di una verità ancora parziale. È un approccio che privilegia la partecipazione dello spettatore, spingendolo a interrogarsi più che a ricevere risposte definitive.

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