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Spostamento della Pavoni a Verona: i sindacati denunciano il rischio di smantellamento

La Pavoni sotto accusa: i sindacati contestano la proposta di trasferimento a 180 km e chiedono garanzie occupazionali per i 45 dipendenti dello stabilimento

La storica azienda produttrice di macchine per caffè La Pavoni, con radici consolidate a San Giuliano Milanese, si trova al centro di una nuova tensione industriale dopo l’annuncio aziendale relativo a una possibile cessione di ramo d’azienda. L’azienda, entrata a far parte del gruppo Smeg nel 2019, ha prospettato lo spostamento di funzioni chiave — produzione, logistica e ufficio acquisti — verso uno stabilimento del gruppo in provincia di Verona, a circa 180 chilometri di distanza.

Questo piano ha innescato la reazione degli operai e dei rappresentanti sindacali, preoccupati per il futuro occupazionale e per il destino di un marchio legato al territorio.

Le sigle sindacali Fiom Cgil Milano e Uilm hanno risposto con una mobilitazione immediata: assemblee, uno stato di agitazione permanente e un pacchetto di scioperi distribuiti nei giorni successivi all’incontro con la proprietà tenutosi il 19 marzo 2026. I sindacati denunciano che, se il trasferimento venisse confermato, sarebbero a rischio oltre trenta posti su un totale di quarantacinque dipendenti, configurando di fatto una serie di licenziamenti mascherati attraverso la cessione del ramo d’azienda.

Le ragioni della protesta

I delegati ritengono che la decisione aziendale non tenga conto del valore del presidio produttivo locale: personale formato, competenze consolidate e continuità produttiva. Per i sindacati, l’operazione rappresenterebbe un progressivo smantellamento del sito di San Giuliano, con impatto sociale e industriale rilevante. Sul piano simbolico, inoltre, si sottolinea la contraddizione tra l’immagine del marchio — spesso richiamata come “fatta a mano a Milano” — e la prospettiva di spostare buona parte delle attività lontano dal territorio che ne ha costruito la fama.

Lavoro, famiglia e territorio

Un aspetto centrale della contestazione riguarda le ricadute sulla vita quotidiana dei lavoratori: la proposta implicherebbe spostamenti di circa 180 chilometri, incompatibili con le esigenze familiari e sociali di molte persone impiegate nello stabilimento. I sindacati mettono in evidenza come il trasferimento non sia una soluzione neutra, ma una trasformazione che coinvolge il tessuto sociale del territorio. Alla luce di questi elementi, la richiesta di Fiom e Uilm è netta: ritirare la procedura di cessione e avviare un dialogo sul piano industriale.

La proposta aziendale e le possibili implicazioni

Dalla parte aziendale la scelta viene presentata come un’operazione di riorganizzazione interna all’ecosistema di gruppo, con l’obiettivo dichiarato di concentrare alcune funzioni produttive e amministrative. Secondo l’ipotesi emersa, verrebbero trasferite in provincia di Verona attività di produzione, logistica e ufficio acquisti e qualità. Per i rappresentanti dei lavoratori, però, la tempistica e le modalità non sono state sufficientemente motivate: si parla di un piano che potrebbe slegare la produzione dal territorio senza prevedere misure adeguate di tutela occupazionale.

Numeri e scenari

I dati citati nell’attuale fase di confronto indicano un organico complessivo di quarantacinque persone a San Giuliano, con oltre trenta posizioni potenzialmente interessate dallo spostamento. Le organizzazioni sindacali ricordano che l’azienda non ha fatto ricorso a strumenti di contenimento dell’occupazione in passato e che i bilanci risultano in attivo; questo elemento alimenta il sospetto che la procedura serva a ridurre i costi a scapito dell’occupazione. Per contestare la scelta, i lavoratori hanno già indetto dieci ore complessive di sciopero distribuite su più giornate e espresso la volontà di coinvolgere anche le istituzioni locali.

Prospettive e possibili sviluppi

La partita ora si gioca sul fronte delle trattative: i sindacati chiedono l’apertura di un tavolo negoziale con Smeg per valutare alternative al trasferimento, come investimenti per l’innovazione e l’efficientamento dello stabilimento di San Giuliano Milanese. Sul piano istituzionale, è previsto il coinvolgimento delle autorità locali per cercare di mediare e tutelare l’occupazione. Rimangono possibili scenari diversi: il ritiro della procedura, un accordo che contempli ammortizzatori sociali e politiche di ricollocazione, oppure, nel caso di stallo, ulteriori azioni di protesta.

Cosa chiedono i sindacati

Nel concreto, le richieste avanzate dalle rappresentanze dei lavoratori sono chiare: il ritiro dell’ipotesi di cessione di ramo d’azienda, la garanzia del mantenimento dei posti di lavoro per tutti i dipendenti dello stabilimento e l’avvio di un confronto per un piano industriale che includa investimenti. Le organizzazioni ribadiscono l’importanza di preservare sia il lavoro che il legame storico tra il marchio e il territorio, e annunciano che decideranno giorno per giorno le modalità della mobilitazione fino a quando non si creeranno le condizioni per un confronto reale.

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