la Compagnia del Grand Guignol de Milan presenta uno spettacolo che mescola storia, leggenda e teatro sociale attorno alla figura del marchese De Sade

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La Compagnia del Grand Guignol de Milan, già premiata con il Premio della Critica agli Spookies Awards per il miglior spettacolo horror al Fringe Festival di Edimburgo, propone un nuovo allestimento che indaga la vita, la reputazione e i racconti postumi legati al marchese De Sade.
Questo progetto unisce elementi storici, immaginazione e uno sguardo teatrale che parte dal luogo simbolo degli ultimi anni della sua esistenza: il manicomio di Charenton. Nel testo e nella messa in scena si alternano momenti di grottesco, poesia nera e riflessione, invitando il pubblico a confrontarsi con il confine tra scandalo e pensiero filosofico.
La produzione arriva al Teatro Spazio Tertulliano di Milano con l’intento di riaccendere il dibattito attorno a una figura che ha diviso generazioni. In scena il titolo portante è De Sade: Inferno, uno spettacolo pensato come percorso onirico che attraversa ricordi, dicerie e il «dietro le quinte» di una vita raccontata più per leggende che per documenti. La messa in scena è costruita per provocare domande: era davvero pericoloso al punto da attirare l’attenzione di sovrani e rivoluzionari? E quale posto occupano le sue opere tra provocazione e riflessione filosofica?
Un invito dal manicomio e il gioco della regia
Il concept prende spunto da un aneddoto che immagina il direttore del manicomio autorizzare il marchese a dirigere gli altri internati come se fosse un regista, trasformando la loro vita quotidiana in una sorta di commedia farsesca. Questo meccanismo drammaturgico funge da cornice per esplorare il ruolo dell’arte come specchio deformante della realtà sociale. Sul palco, la regia fonde realtà e finzione: la pazzia diventa scena e la scena si fa specchio di una società che non ha smesso di interrogarsi sul significato di libertà, trasgressione e responsabilità.
Il mito del teschio e le leggende popolari
Tra gli elementi narrativi più affascinanti del progetto ci sono le storie che hanno accompagnato il marchese dopo la sua morte, a cominciare dalla leggenda sul suo teschio, passato nel tempo da curiosità morbosa a simbolo di una memoria che si nutre di mistero. Nel corso dello spettacolo queste dicerie vengono mescolate a documenti e citazioni per creare un tessuto drammatico che non pretende di dare verità definitive ma di suscitare domande. L’obiettivo è mostrare come i miti si costruiscono e sopravvivono, trasformando i fatti in immaginario collettivo.
Cast, creatività e linguaggio sonoro
La pièce è scritta, diretta e interpretata da Gianfilippo Maria Falsina Lamberti, con la partecipazione di Lorenzo Andrea Paolo Balducci, Michelangiola Barbieri Torriani e Christian Fonnesu. La componente visiva e sonora è curata da Roberto Trombetta, responsabile di luci e musiche che accompagnano il percorso emotivo degli spettatori. L’approccio artistico privilegia un linguaggio che alterna il grottesco alla tensione, il coro di voci interne al dialogo frontale con lo spettatore, creando un’atmosfera che sfida e avvolge.
Provocazione, filosofia e responsabilità
Una domanda ricorrente nello spettacolo è dove si collochi il confine fra provocazione e filosofia: le pagine del marchese sono provocatorie per intenzione o contengono spunti di pensiero che meritano riflessione critica? La messinscena non pretende di assolvere né di condannare, ma di stimolare il pubblico a riconsiderare pregiudizi e ricezioni storiche. Come direbbe lo spirito provocatorio dell’autore, la follia è una forma della condizione umana e chi non vuole riconoscerla potrebbe scegliere di isolarsi, senza più confrontarsi con lo specchio sociale.
Informazioni pratiche e avvertimenti
Il titolo è consigliato a un pubblico adulto: la visione è sconsigliata ai minori di 14 anni, con la partecipazione lasciata alla discrezione dei genitori. Lo spettacolo si propone come un percorso sensoriale e intellettuale che non risparmia immagini forti e temi controversi, perciò è indicato a chi cerca un teatro che interroghi e metta in discussione. Per chi desidera approfondire, la produzione offre una lettura che alterna documentazione storica a libera invenzione drammaturgica, offrendo così molteplici chiavi di lettura.
Perché vedere questo spettacolo
Vedere De Sade: Inferno significa accettare un confronto con una figura complessa, attraversare il confine sottile tra realtà e leggenda e interrogarsi su come si costruisce il mito. È un’occasione per osservare la storia attraverso il filtro del teatro, dove il manicomio di Charenton diventa palcoscenico di memorie e di nuovi interrogativi, e dove la parola, la musica e la luce collaborano per evocare un passato che continua a far discutere.





