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Lino Musella e Martone: sonata di famiglia sul palco

Un viaggio teatrale nelle tensioni di una famiglia trasformata in orchestra

Lino Musella e Martone: sonata di famiglia sul palco

In scena si apre un ambiente essenziale: una stanza che diventa palcoscenico della memoria e laboratorio di conflitti. Al centro c’è un uomo, un compositore in abiti quotidiani, che si muove tra strumenti e ricordi come in un rito di resa dei conti.

La messinscena costruisce un equilibrio sottile fra parola, suono e immagine, invitando lo spettatore a seguire il movimento interiore di un protagonista costretto a misurarsi con i propri legami.

La performance trova la sua forza nell’incontro tra attore, testo e regia: il cast e la macchina scenica collaborano per trasformare il dialogo con il passato in un’esperienza sensoriale. L’insieme rivela temi di solitudine, memoria e incomunicabilità, resi attraverso una scrittura che non rinuncia alla complessità e a una carica politica sottesa.

La figura centrale e la sua orchestra di fantasmi

Il protagonista, interpretato da Lino Musella, incarna un artista che governa la propria sofferenza come se fosse una partitura. Vestito in modo informale, il personaggio ricorda un Prospero moderno: campo di battaglia emotivo e insieme regno di fantasmi. Ogni persona che ha segnato la sua vita compare idealmente come uno strumento: la madre si manifesta come violino, la moglie come viola, la figlia come violoncello, l’amico come contrabbasso. Questa soluzione simbolica mette in musica i rapporti familiari, trasformando i legami affettivi in timbri e accordi che l’attore-interprete tenta di dirigere.

Il registro dell’interpretazione

La performance di Lino Musella è costruita su un controcanto di ironia e amarezza: la recitazione fonde concretezza fisica e astrazione emotiva. Il gesto dell’attore richiama quello di un direttore d’orchestra che, con bacchetta immaginaria, cerca di riportare ordine nel caos interiore. In questo procedimento si misura una poetica del corpo che sostiene l’astrazione del testo e la rende percepibile al pubblico, mostrando come la disperazione dell’anima finisca per manifestarsi nel corpo.

Autrice e progetto drammaturgico

Il testo proviene dall’universo di Fabrizia Ramondino, scrittrice napoletana conosciuta per una prosa colta e complessa che spesso intreccia dimensione privata e riflessione politica. Dopo opere come Morte di un matematico napoletano, la sua voce teatralizza una sensibilità critica che non rinuncia alla densità formale. Il lavoro drammaturgico qui è trattato con un approccio filologico curato da Mario Martone e dalla sua collaboratrice Ippolita di Majo, che hanno scelto di conservare la ricchezza del linguaggio senza semplificare le tensioni del testo.

La regia come ascolto

Mario Martone struttura la messa in scena come una vera e propria camera d’ascolto: uno spazio in cui la memoria può essere rievocata e decodificata. Luci, scene, oggetti e musiche sono assemblati in modo da creare un unico organismo artistico, dove ogni elemento sostiene il senso complessivo. La regia privilegia la sospensione e la chiarezza formale, consentendo allo spettatore di entrare progressivamente nel flusso dei ricordi, percependone la stratificazione e la violenza morale.

Accoglienza critica e ragioni dello stupore

La produzione ha suscitato consenso per la coerenza del progetto: dalla cura filologica al casting, tutti gli aspetti sembrano contribuire a un’opera unitaria. I critici hanno notato come la combinazione di interpretazione, scenografia e suono trasformi il testo in un’esperienza viva e immediata. In particolare si sottolinea la capacità dell’allestimento di restituire la complessità della scrittura di Fabrizia Ramondino, riportandola sotto i riflettori del contemporaneo senza banalizzarla.

Perché è importante vederlo

Lo spettacolo offre più di una semplice performance: è un’indagine sulla memoria individuale e collettiva, sul modo in cui le ferite affettive diventano partiture da suonare o ignorare. Chi assiste è chiamato a confrontarsi con la fragilità dei rapporti e con l’incapacità di comunicare pienamente, temi resi attraverso scelte di linguaggio e di regia che privilegiano la profondità emotiva. In definitiva, si tratta di un’esperienza teatrale capace di coniugare rigore artistico e impulso poetico, invitando a riflettere sulla natura dell’arte come atto di libertà e di ribellione.

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