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Un abitante su sei è straniero ma De Corato non ci sta

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Al capoluogo lombardo spetta il titolo di 'metropoli cosmopolita' e non potrebbe essere altrimenti con i suoi 208mila 021 abitanti di origine straniera, circa un abitante su sei.

Su Repubblica da cui abbiamo attinto la notizia leggiamo:

"Dall'inizio dell'anno la popolazione italiana a Milano è calata di circa 2mila unità, passando da un milione 107mila 189 a in milione 105mila 310, mentre gli stranieri sono aumentati di quasi 9mila presenze, passando da 199mila 372 a 208mila 021 appunto".

I dati emersi da uno studio del servizio Statistica del Comune hanno scatenato il nostro vice sindaco Riccardo De Corato che nel diffonderli non ha perso occasione per sfoderare l'ascia di guerra:

"L'identità futura della città è segnata da numeri galoppanti e ciò rende necessario insistere sul rispetto delle leggi italiane e sui valori fondanti dell'Occidente come precondizioni all'integrazione. Inoltre massimo rigore per chi vive clandestinamente, per chi attua comportamenti che sono una minaccia alla sicurezza pubblica e dello Stato o lesivi della dignità della donna.

L'accoglienza indistinta per tutti è una chimera".

Anche la Lega, nella persona di Davide Boni, presidente del Consiglio regionale della Lombardia,  ha commentato le statistiche:

"Non vogliamo che Milano diventi un territorio di conquista. Per questo motivo che gli appelli di qualcuno a islamizzare il nostro Paese assumono contorni sinistri che vanno nella direzione contraria a quella che vede un'integrazione pacifica".

Parole sante – perdonate il gioco di parole – ma se Boni si riferisce a Gheddafi, tutti sappiamo chi lo ha fatto entrare, permettendogli di inscenare uno show di dubbio gusto, e forse anche perché, e quel che è certo è che, almeno su questo, gli stranieri residenti a Milano non hanno colpa.

Pronta la replica di don Virginio Colmegna, presidente della Fondazione Casa della Carità:

"Non è più tempo di sloganistica. Stiamo parlando di un fenomeno che non può più essere trattato sotto la scia dell'emergenza o della sicurezza, ma richiede interventi strutturali, culturali. Altrimenti si finisce con il tenere ai margini una larga fetta di popolazione".

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