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Milano, processo d’appello per il tabaccaio che uccise il rapinatore

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Processo d’appello nei confronti di Giovanni Petrali, l’anziano tabaccaio che nel 2003 uccise un rapinatore in fuga. Proprio nell’ultimo giorno utile, la procura generale ha presentato ricorso contro il verdetto della Corte d’assise che a febbraio condannò Petrali a 20 mesi di reclusione qualificando il suo gesto come omicidio colposo e non volontario.

Molto diverse erano state le conclusioni del pubblico ministero Laura Barbaini, che aveva chiesto per l’imputato una condanna a nove anni di carcere, ritenendo che il tabaccaio avesse voluto farsi giustizia da solo.

Lo stesso magistrato, l’altro ieri, ha depositato la richiesta d’appello in accordo con i vertici della procura. Una scelta diversa rispetto a quello fatta dalla pubblica accusa un paio d’anni fa, dopo che il processo in primo grado a due gioiellieri, pure loro accusati di omicidio volontario di un mancato ladro, anche allora si era concluso con una condanna a venti mesi.

All’epoca nessun ricorso e nessun processo d’appello. Stavolta, invece, altri giudici togati e popolari dovranno tornare a pronunciarsi su questa tragica vicenda.

Il 17 maggio 2003, Petrali sparò a due rapinatori uccidendone uno e ferendo gravemente l’altro. È accusato perciò della morte di Alfredo Merlino, 20 anni, che insieme al complice Andrea Solaro, oggi 24, rimasto ferito, aveva tentato di rapinare la sua tabaccheria in piazzale Baracca. Quella sera, Petrali svuotò l’intero caricatore della sua pistola.

Sette colpi, alcuni dei quali, secondo i periti, esplosi all’interno del locale e altri invece all’esterno, mentre i rapinatori fuggivano lungo corso di Porta Vercellina e dunque senza più apparente necessità di difesa da parte del tabaccaio. I periti non esclusero che il proiettile letale fosse stato sparato quando i malviventi erano ancora all’interno del bar, ma stabilirono che in ogni caso era stato esploso mentre i banditi erano già voltati per fuggire e, dunque, di spalle.

La Corte d’assise, però, nelle sue motivazioni ha scisso l’azione del tabaccaio in tre momenti ben distinti. Il primo colpo Petrali lo sparò mentre uno dei due gli stava ancora di fronte, nel locale: legittima difesa. Quando però i due banditi tentarono la fuga dandogli la schiena e lui sparò ancora uccidendone uno e ferendo l’altro, non c’era più motivo di usare l’arma. Fu un errore colpevole. Però comprensibile – secondo i giudici – visto il suo stato di choc dopo aver subito la rapina ed essere stato stato picchiato da uno dei malviventi.

Alla fine, il tabaccaio uscì per strada sparando ancora, e in quel momento davvero prevalse in lui – ha scritto la Corte – lo spirito di rivalsa e di vendetta. Nel complesso, Petrali è stato giudicato colpevole: ma la condanna ritenuta giusta è stata a 20 mesi per omicidio e lesioni colpose e porto d’armi illegittimo. Non per quell’omicidio volontario che gli contestava la pubblica accusa.

Nel ricorso contro la sentenza, il pubblico ministero Barbaini critica proprio la ricostruzione con quelle tre fasi separate e caratterizzate da diversi stati d’animo del tabaccaio. A suo parere, invece, l’azione si svolse unitariamente e Petrali neppure per un momento avrebbe agito nello stato di legittima difesa, poiché nemmeno il primo colpo sarebbe stato esploso quando uno dei rapinatori gli stava di fronte. Questo è il passaggio chiave attorno al quale ruota l’intero processo: era in stato di concreto pericolo, Petrali, quando incominciò a sparare? Oppure i due banditi gli davano le spalle ed erano già in fuga? I giudici hanno escluso il dolo, e hanno scritto di un errore di percezione da parte dell’uomo «sconvolto, come riferiscono molti dei testimoni». Uno stato d’animo che traspariva anche dal fatto che Petrali, inseguendo i due rapinatori all’esterno del locale, teneva «una scopa nella mano sinistra, senza che ve ne fosse alcuna necessità». Un atteggiamento sintomo di «una condizione psicologica sicuramente alterata», secondo la Corte. Petrali, hanno scritto i giudici, «finiva per colpire i due rapinatori alle spalle credendo di trovarsi ancora a doverli affrontare. Pur se questi, invece, avevano già iniziato la fuga». Il tabaccaio, concludevano i giudici, non si era accorto che fuggivano «per l’esplosione del vetro da lui stesso determinata» con uno dei sette colpi sparati e «per l’estrema rapidità dell’azione». Credeva dunque, quando ferì ed uccise, di trovarsi «in una condizione che gli imponeva di difendersi. Ma sbagliava e tale errore non era incolpevole».

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