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I funerali di Giovanni Pesce, ultimo saluto al simbolo della lotta per la liberazione

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di Marco Trabucchi

L’eco della memoria avrà una voce in meno: quella di Giovanni Pesce, simbolo della lotta per la liberazione. Così se ne è andato il comandante “Visione”, medaglia d'oro al valor militare della Resistenza, morto ieri. Aveva 89 anni.

A Milano combattè i nazifascisti e per tutto il dopoguerra, fino ai giorni nostri, aveva mantenuto viva la memoria della lotta partigiana. Molta la gente che ha reso omaggio al Comandante a Palazzo Marino, in cui è stata allestita la camera ardente e in cui si sono celebrati i funerali.

Gente comune, partigiani ed esponenti delle istituzioni: Letizia Moratti, Alberto Mattioli; il Presidente Anpi nazionale Tino Casali; Franco Giordano, Bertinotti e Barbara Pollastrini e Gavino Angius in rappresentanza del governo.

Una banale caduta. Questa la causa del decesso. 

In vita aveva superato ben altri momenti e nel suo corpo c'erano ancora le schegge della ferita più grave, quella riportata sul fronte di Saragozza mentre combatteva nella guerra civile spagnola contro Franco.

Alle spalle di Pesce una storia degna di un film, tanto che molti sono i libri pubblicati sulla figura del comandante «Visone»; tra questi quello scritto di suo pugno, “Senza tregua”.

Fuori da Palazzo Marino tanti anziani e, cosa strana, anche molti giovani. La morte del valoroso combattente ha destato le coscienze di persone come me, che non hanno conosciuto la guerra ma che hanno potuto godere dei frutti della resistenza. Costituzione, Democrazia e Libertà.

Parole sacre che al giorno d’oggi rischiano di perdere il carattere di sacralità che gli è dovuto. Momenti come questi ci ricordano come sia importante mantenere viva la memoria di persone come Pesce, che, quasi banale ripeterlo, hanno combattuto per la nostra libertà.

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