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Intervista ad Eugenio Finardi, "Un uomo" in blues

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di Simone Sacco

L'artista “tormentato ed inquieto” (parole sue) Eugenio Finardi ha tenuto venerdì scorso una lezione/dibattito alla Università Cattolica di Milano dedicato alla materia che ha masticato meglio, quando era un giovane rocker in cerca di risposte (già allora lucidamente analizzate): i controversi, deliranti e pericolosi Anni Settanta.

Ed è in un clima, ancora carico di 'confronto costruttivo' tra lui e la platea di studenti, che l'autore di 'Extraterrestre', 'La Radio' e cento altre ci ha parlato di 'Un Uomo', la sua recente raccolta in ben quattro CD in cui si tenta di ricostruire un percorso ben lungi dall'essere completato. Soprattutto dopo il recente ritorno al Blues del nostro.

“Un Uomo – Gold Edition”: difficile chiedere di più ad un'antologia di Finardi…

“Mmh, volendo sarebbe potuto essere anche un sestuplo CD ma forse il mercato non lo avrebbe digerito (ride, Ndr)! A parte gli scherzi, credo che quattro dischi siano il minimo indispensabile per seguire il percorso dell'uomo-Finardi che ormai, dall'esperienza 'Cramps' in poi, va avanti da ben trentacinque anni…”.

Anche perché questa non è la solita raccolta tradizionale con dieci successi e due inediti: contiene provini, cover, un omaggio a Demetrio Stratos, brani mai pubblicati prima, addirittura un mezzo bootleg…

“Si, ho tirato fuori tutto ciò che avevo tenuto stipato nel cassetto per tanto, troppo tempo… Comprese due chicche come 'Te Voglio Bene Assaje' e 'Cant' Get You Out Of My Head' (esatto, proprio la cover del mega-hit di Kylie Minogue… Ndr) che sono state registrate da un carabiniere presente ad un mio concerto di Courmayeur. Quel signore, infatti, era là in vacanza con la sua famiglia ed è stato così gentile da spedirmi il mini-disk dell'intera serata da cui, successivamente, ho estratto proprio questi due brani.

Il pezzo della Minogue, tra l'altro, l'ho eseguito solo quella volta, quindi è rarissimo…”.

Nel corso della tua carriera ha inciso per diverse etichette (la leggendaria Cramps, la Wea, attualmente la Edel): è stato complicato ottenere i diritti delle tue vecchie registrazioni per assemblare l'antologia?

“In effetti questo progetto mi ha fatto scoprire lati bizzarri della discografia che mi erano ancora ignoti come il temibile 'codice ISRC'… Comunque, riascoltare tutte queste canzoni per me non è stato solo mero business ma rivivere tutta la mia vita, le mie passioni ed i miei vari innamoramenti musicali. Tipo il 'periodo giapponese', giusto per citartene uno…”.

Scusami ma devo tornare sul concetto dei quattro CD pubblicati in piena era di download selvaggio: gli amanti delle vecchie tecnologie ti stimeranno per questo…

“Se è per questo ho anche stampato una versione di 'Anima Blues' in vinile 180 grammi qualche tempo fa… Comunque, collezionare supporti è una gran fatica e non è che poi trovi tutto al primo tentativo. Molto meglio un bell'archivio su hard-disk…”.

Ma dici sul serio?

“Certo, solo che anche l'hard-disk non è 'immortale'. A me, ad esempio, se ne è appena rotto uno e adesso dovrò ricollezionare tutto quello che ci avevo caricato dentro. Sai, più che della fine dei supporti fisici, sono preoccupato dell'estinzione della qualità. L'altro giorno ho regalato a mia figlia l'ultimo disco di Avril Lavigne: beh, è completamente privo di armoniche! E' già stato confezionato con l'idea di riconvertirlo in mp3 e lì, signori, la qualità va a farsi benedire…”.

Domanda impegnativa: quale è l'attuale rapporto di Finardi con la sua Milano?

“Vuoi sapere la verità? Di grande distacco. Anni fa dicevo 'Non so se sono italiano o americano ma sicuramente mi sento milanese…'. Ahimè, le cose non stanno più così. Faccio fatica a riconoscere la mia Milano in questa città che corre dietro a tutte queste frenetiche trasformazioni. Dove sono finite le fabbriche di una volta? Ed i vecchi locali in cui ritrovarsi?”.

D'altro canto una critica bonaria che la Milano musicale 'underground' – quella che attualmente gravita tra la Casa 139 e la Salumeria della Musica – muove allo stesso Finardi è che ormai faccia poco per la scena della città…

“Però è anche vero che Milano non ha più strutture adeguate per ciò che propongo io: sembra impossibile ma è così… Possibile che uno come me suoni cinque volte l'anno a Torino e quattro a Genova mentre qui è sempre terribilmente complicato organizzare un mio show? Non è Finardi che si è scordato di Milano ma viceversa”.

Mi sveli la tua più grande soddisfazione sino a qui?

“Aver tramutato in realtà un'avventura della mente come 'Anima Blues' che inseguivo da circa trent'anni… Non è una cosa da poco aver rilanciato la mia carriera proponendo un concerto di circa due ore incentrato completamente sul blues con un solo brano del 'vecchio Finardi' in scaletta. Adesso che è in circolazione la mia antologia in italiano, per paradosso gli organizzatori mi chiedono di suonare solo 'Anima Blues'…”.

Il Blues è anche una grande assicurazione sulla vita…

“Esatto (sghignazza)! Lo puoi suonare sino a ottant'anni comodamente seduto sul palco!”.

Al nuovo album di inediti stai già pensando?

“Sì, devo trovare un modo per dire in musica tutte questi concetti che mi stanno passando per la testa, conferenza dopo conferenza. Concetti anche molto elevati, se vuoi. Bisognerà vedere se sarò bravo abbastanza per tramutarli in un disco…”.

Ok, levati un ultimo sassolino dalla scarpa e sei libero da questa intervista…

“Più che un sassolino, è un desiderio inappagato. Mi piacerebbe portare 'Anima Blues' all'estero in manifestazioni consone come il 'Montreaux Jazz Festival' o posti simili. Come band, credo proprio che ce lo meriteremmo dopo tanta e sincera dedizione alla causa…”.

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