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Denis Santachiara: “Il design oggi è poco incline all’innovazione”

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Professionista del mondo del design, Denis Santachiara si è raccontato a Notizie.it | Milano.

denis santachiara
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Dopo aver iniziato la sua carriera nel 1980 ha collezionato una serie di successi nel campo dell’architettura e del design. A Notizie.it | Milano ha raccontato la sua carriera dagli esordi ai grandi successi.

Intervista a Denis Santachiara

Hai iniziato il tuo percorso di industrial design da autodidatta, aiutato anche da una tua predisposizione speciale per il disegno.

A metà degli anni 60, giovane sedicenne, ti occupavi di disegnare spaccati ed esplosi di automobili, un altro modo per guardare “dentro le cose” un atteggiamento tipico dei bambini che vogliono sapere sapere sempre cosa “c’è dentro” …si è mantenuto questo tuo spirito di ricerca libero, spontaneo, a tratti innocente nel tuo lavoro?

Si, sicuramente in quanto il rapporto con la tecnologia, intesa come tékne (era sinonimo di poiesis nel pensiero dell’antica Grecia), non permette una relazione meccanicistica ma mantiene un largo margine di immaginazione poetica: non si tratta di mostrare i muscoli della tecnologia ma la sua potenzialità sensoriale e comunicativa.

Adotto ancora la “strategia del prestigiatore” che apprende più competenze tecnologiche possibili per tradirle nell’effetto magico finale, mi diverte molto. In un primo momento la mia capacità nel disegno e il mio interesse per la tecnologia erano le passioni di un ragazzo, in un secondo momento divennero un lavoro, infatti facevo questi esplosi
per agenzie che stampavano libretti di manutenzione sui temi più svariati, motofalciatrici, pompe, macchine industriali varie, e naturalmente super car queste mi hanno permesso di essere assunto da una piccola azienda del gruppo De Tomaso con la quale prima degli esplosi si progettava veramente l’auto.

Assistevo un giovane ingegnere tolto alla Ferrari e mi occupavo dello stylist car: finalmente avevo un tecnigrafo con un piano lavoro lungo 4/5 metri per disegnare le carrozzerie in scala 1:1 poi passare al mascherone di legno e ai battilamiera per dare forma al mio disegno. Quel bellissimo periodo è testimoniato dalla Nembo, una super car realizzata in soli 20 esemplari, alta 90 cm di cui ho disegnato la linea generale e il cruscotto.

La Nembo fu presentata prima della mitica e bellissima Lamborghini Miura e finì al MOMA di New York, ma io ero talmente giovane e ingenuo che pensai che si trattasse di un importante autosalone di New York.

A quei tempi ero un vero nerd dell’auto: come per molti ragazzi, l’automobile era tecnologia, motori, salotto, aereodinamica, il mito della velocità, quelle aziende sono state la mia vera scuola, partivo dalla carrozzeria per arrivare al disegno dei più piccoli dettagli compresa la selleria in pelle.

Poi mi portarono alla Maserati, sempre del gruppo De Tomaso. Per me era troppo grande e la divisione del lavoro non mi permetteva di spaziare dallo stylist car, alla modellazione in legno, ecc. inoltre era arrivato il 68, la beat generation, i grandi raduni musicali e la contestazione del sistema quindi nuove visioni e nuove prospettive, ma questa è una altra storia.

Ti sei sempre occupato di futuro, forse sei sempre stato un “futurista”…i tuoi primi oggetti erano infatti caratterizzati dal movimento: zerbini che se in uso, fanno cinguettare un uccellino, lampade che fanno sventolare bandiere, sgabelli che diventano letti: un mondo magico e infantile che combina funzione al divertimento….

L’ipotesi teorica era semplice, quanto complessa da perseguire: disegnare le performance degli oggetti prima del corpo. Il manifesto di questo modo di fare design era la mostra “La Neomerce – il design dell’invenzione e dell’estasi artificiale” (1984 Triennale di Milano e 1985 Centre Pompidou, sponsor e consulenza tecnologica Montedison Cultura), che raccoglieva più di 20 oggetti altamente performativi, tecnologici e ironici ma sopratutto funzionanti, di altrettanti autori (alcuni oggi molto conosciuti) con un brief basato su un mio glossario (catalogo Electa “la Neomerce”).

Chiedevo agli autori che erano designer, ma anche artisti, cuochi, inventori, di disegnare e pensare non solo il corpo di un oggetto, ma anche le sue “gag”. Questa esperienza dell’oggetto performativo poi è diventata la mia base creativa e anche l’ispirazione, nel 1989, per fondare
insieme a Cesare Castelli Domodinamica che voleva proporre “oggetti animati per la casa”, come quelli che tu hai citato, lo zerbino Cicalino e la lampada Maestrale.

Vale la pena citare anche Ines, robot domestico (Triennale del 1986) sponsorizzato da Kartell, che girava per casa e ironizzava sull’arredo e sul suo padrone, parlava al pubblico attraverso un monitor che mostrava grandi labbra e che era la sua faccia. Era una performance che anticipava il design thinking, in cui software, sceneggiatura, video green screen, vestito, interfacce, erano un unico progetto.

Il tuo approdo a Milano è avvenuto anche grazie ad Alberto Meda: come è avvenuto l’incontro con lui?

La rivista Domus, a guida di Alessandro Mendini, aveva pubblicato grazie a Litricia Ponti, e poi Modo, sotto la direzione Franco Raggi, avevano pubblicato miei progetti: era il momento di farsi vedere a Milano. Arrivai alla redazione di Modo e, assieme a Franco Raggi e Daniela Puppa, c’era Alberto Meda, consulente e articolista tecnologico della rivista, che aveva lo studio alla porta accanto. Mostrai a loro dei progetti, si può dire che la nostra amicizia è nata sul polimero, poi abbiamo anche collaborato su altri temi, ma il dibattito sulla tecnologia era il vero motore.

Sei sempre stato un visionario, ogni tuo progetto ha spostato un po’ più in là il limite delle cose: a volte in forte anticipo sui tempi, sto pensando alla bicicletta totalmente realizzata in plastica da Stil resine…In pochi sanno che all’inizio degli anni 80 tu hai svolto un ruolo di consulente per Apple, ci vuoi raccontare come è andata?!

Proprio quella bicicletta è stata anche un punto d’incontro tra me , Meda, Raggi e Milano. Nel 1980 il mediologo e semiologo Bettetini, allievo di Umberto Eco, era curatore della Biennale di Venezia e mi aveva invitato ad allestire uno spazio con una installazione computerizzata su cui lavoravo da tempo e apparsa alla Triennale nel 1979 grazie a Ugo La Pietra, portai un lavoro dal titolo “La collina soffice”.

Proprio a Reggio Emilia c’era un grosso rivenditore di elettrodomestici che aveva in esclusiva la distribuzione dell’Apple in Italia. Avevo già un computer, il mitico Commodore 64 programmabile in basic, con il quale feci anche dei decori per tessuti, ma era uscito l’Apple 2 con una risoluzione grafica che permetteva grandi possibilità creative per quei tempi.

Presentai il progetto de “La collina soffice “ che includeva l’uso di due Apple2 al titolare dell’azienda distributrice il quale ha immediatamente sposato l’idea, parlandone direttamente con Steve Jobs che ha dato il pieno consenso, anche perché mostrava le potenzialità grafiche e
creative di quel modello in una ambito prettamente artistico internazionale. Mi presentai alla Biennale di Venezia con tre tecnici in camice bianco, reinterpretato da me con la mela colorata grande sulla schiena (la loro presenza faceva parte dell’evento), e insieme abbiamo montato e programmato i disegni animati per l’installazione.

L’installazione era una lunga striscia di tessuto TNT sul quale erano disegnate delle colline, ma al centro della lunga striscia, una collina era dimezzata perché era una cava, un monitor Barco posto dietro al tessuto e gestito dall’Apple 2 ricostruiva la parte di collina mancante, il tessuto TNT permetteva di fare passare la luce dei pixel ma nascondeva il monitor cosi che sembrava il tessuto
ad emanare e animare il disegno con sequenze di punti luminosi.

Sei poco interessato allo star design system, con la sua liturgia di aziende design oriented, prodotti presentati al Salone e subito dimenticati ecc ecc, la tua attenzione è ora concentrata sulla stampa digitale, la produzione on demand, hai anche fondato un brand che si occupa di tutto ciò…sei quindi diventato un imprenditore 3.0?

All’inizio facevo anche quadri che praticamente erano già dei progetti: mi sono serviti per comprendere che gli oggetti le tecnologie e i processi connessi, non erano più rappresentabili artisticamente perché avevano maturato una forza comunicativa autonoma. Per me gli oggetti erano sempre più interessanti di qualsiasi rappresentazione (erano i tempi di McLuhan, in cui “il media è il messaggio”), ma anche una lezione che ho colto dall’interesse per le avanguardie novecentesche, come il costruttivismo russo, il Dada, Duchamp ecc.

Per me il design è il pepe nel culo della merce, di tutta la merce. I riti del settore mobilio sono a volte interessanti, ma sono troppo autoreferenti, poco innovativi e oggi anche passatisti per le troppe citazioni e stili del passato ecc. Attualmente vedo il settore poco incline all’innovazione e all’azzardo creativo. I riti che li accompagnano sono inevitabili come la retorica del made in Italy.

Nel 2005 avevo una stampante 3D semiprofessionale della Stratasys per fare modelli di design: quella macchina mi ha fatto capire soprattutto la possibile trasformazione dal rapid prototype al rapid manufactoring, quindi l’opportunità di produrre oggetti controllando direttamente il processo produttivo. La stessa cosa la potevo fare utilizzando le CNC e il taglio in digitale dei semilavorati con laser, acqua, utensile ecc. Questi processi permettono e promettono una nuova condizione del progetto mai vista prima. Ho iniziato a proporre questo percorso ai miei clienti a partire da Campeggi, ma presto si è capito che quel tipo di design andava contro ad alcune regole inamovibili della filiera classica del design. Per la prima volta il design non era solo responsabile della forma di un prodotto, ma andava ad incidere sulle modalità di processo e sulle modalità di vendita, al punto che mi sembra inevitabile reinventare tutta la filiera e fare una collezione
specifica.

Ho coinvolto miei colleghi con riunioni in Triennale, allora sensibile a queste tematiche, per ragionare e chiedere un progetto che tenesse conto di queste nuove opportunità, come la mass costumization, l’open design e la produzione basata sulla sola domanda, il sottosquadro libero, la possibilità di forme complesse ecc.

É nato così Cyrcus, un laboratorio di design digitale che propone oggetti prodotti con le regole della manifattura digitale. Quello che ritengo importante di questa collezione è che l’intera filiera è online, quindi non solo la “solita” vendita ma soprattutto la produzione: ogni designer invia un progetto dal tema completamente libero attraverso un file CAD, Cyrcus lo rende compatibile alla filiera digitale e dopo una breve ottimizzazione è in vendita, senza magazzino o preserie.

Potenzialmente è una collezione con un catalogo infinito fatto di file stl, stp, dxf ecc.: anche tra 100 anni possiamo fornire un oggetto fatto oggi. Non posso ancora considerare Cyrcus un’azienda, è soprattutto un esperimento per svelare tutte le potenzialità della digital fabrication.

Ogni progetto esplora una possibilità e ha un racconto fatto di esperienza e tecnologia. Sono oggetti per un futuro presente e possibile, nel quale ci si avventura ancora con troppa timidezza e poca forza perché mancano le basi per parlare sinergicamente di design 3.0. Questo è il mio contributo a una ricerca che vorrei condividere anche con le aziende più tradizionali e che ancora faticano a comprendere le energie inespresse di questi mondi e che invece racconto con passione ai miei studenti nelle Università, dove raccolgo sempre un grande interesse per queste visioni.

Leggi anche la precedente intervista della rubrica Bella Milano

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