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Davide Tinelli: “Io e Milano? Una relazione molto complicata”

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L'intervista a Davide "Atomo" Tinelli, tra street art e un'adolescenza vissuta nella provincia milanese.

davide tinelli
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Milanese di nascita, tra i primi ad esplorare il mondo della street art, Davide “Atomo” Tinelli si è raccontato nell’intervista a Notizie.it | Milano parlando di arte, del rapporto con Milano e di un episodio difficile della sua adolescenza.

Intervista a Davide “Atomo” Tinelli

Eri giovane quando il punk era giovane, eri tra i primi a fare street art quando ancora si parlava di murales, hai fatto teatro con Colaprico, hai co-gestito una trattoria e sei stato a lungo consigliere comunale per Rifondazione Comunista quando nessuno voleva essere più comunista. Stupisce che tu non abbia mai fatto per capitalizzare a livello monetario questo patrimonio di esperienze lavorative e culturali. Come mai?

Eccoci. Domanda bella e complessa nel contempo alla quale non è così scontato rispondere bene o girarci intorno.

Aggiungi, se vuoi, che parlare in prima persona per raccontarsi rasenta facilmente la possibilità di non essere equo e sobrio e cadere, scadere, in autocelebrazione ed egotismo.

Ci provo cercando di non annoiare troppo. Mi sono capitate tante cose nei miei percorsi e molte le ho affrontate profondendo tempo e impegno, molte altre come un gioco sognando di potere cambiare il mondo ( ma chi non lo ha mai sognato?) sempre con uno spirito libero e libertario convinto che avessero dignità di espressione e promulgazione.

L’idea di base desiderata è sempre stata trasmettere culture diverse, istanze nelle loro tantissime differenze, esperienze ma anche tante piccole storie che intrecciandosi vanno a costruire la storia, quella vera e reale.

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Tutti i vari percorsi nei quali mi sono imbattuto o che ho cercato mi hanno forgiato ed arricchito enormemente permettendomi di conoscere persone, umanità differenti, pensieri, aprendomi confini e alimentando la mia voglia di vita e di socialità…emozioni, un enorme capitale di emozioni frammentato tra gioie, frustrazioni e contraddizioni…tutto vissuto concedendomi il profondo orgoglio di essere sempre quello che sono ed essere riuscito ad evitare le forche caudine anche a costo di pesanti momenti di infelicità abilmente aggirati con il ricorso a vizi ma soprattutto con l’affetto di tantissimi amici che mi ha sempre circondato.

Se poi l’idea della capitalizzazione dei propri percorsi di vita è da intendere come una situazione meno precaria delle risorse economiche e/o un ruolo riconosciuto nella amministrazione o nella cultura istituzionale ammetto di non avere in dote quelle peculiari capacità che riescono a coronare dei sentimenti trasformandoli in ( seppure nobili) carriere.

È più forte di me l’avversità di trasformare in professione, routine e lavoro le cose che ho voglia di fare e un non celato non essere uno yes-man non mi ha mai favorito.

Sicuramente mi piacerebbe potere utilizzare un ruolo istituzionale per dare un contributo altro alla gestione della cultura ma sembra che non sia previsto nel mio dna.

Rimango come sempre aperto ad ogni confronto , non mi trincero dietro a dogmi ma conservo una forte conflittualità ed una apertura e curiosità che ancora difficilmente si riflettono nel modus operandi della istituzioni.

Tra le cose che ti sono capitate ti hanno sparato ed accoltellato. Ci racconti come è andata?

Mi hanno sparato in quel di Baggio che avevo 16 anni ed in città l’eroina mieteva vittime su vittime.

In diversi punti di Milano si concentrava il mercato della morte e della apatia e tra questi il parchetto di via Rismondo a Baggio. Nel quartiere era molto sentito il bisogno di contrastare gli spacciatori di morte e spesso il conflitto con questi piccoli malavitosi al soldo della mafia sfociava in episodi violenti.

Io capitai in uno di questi e mi presi una pallottola… altre volte mi era andata meglio ma si sa che non va sempre per il verso giusto.

Mi hanno accoltellato nel 1997 in piena campagna elettorale per le elezioni comunali di Milano in una sera che con due amici stavamo attaccando i manifesti del PRC (Partito della Rifondazione Comunista ). In pieno Ticinese, Naviglio Grande, fummo accerchiati da un gruppo di fascisti (11 diranno gli inquirenti) che ci aggredirono e accoltellarono, solo uno di noi riuscì a divincolarsi e a dare l’allarme .

I fascisti, alcuni facinorosi delle curve dello stadio e uno della Lega o simpatizzante tale venivano da una cena elettorale di un noto esponente di Alleanza Nazionale (A.N.) che si stava svolgendo in famoso locale. Intercettazioni delle cellule telefoniche ed indagini sortirono in una lista di nomi, alcuni molto conosciuti, ma tutto si concluse con una archiviazione.

Come è cambiata Milano e come sei cambiato tu dai wild 80’s ad oggi?

Tutto cambia e non sempre in meglio. Gli anni ’80 pur nella famosissima età della “Milano da bere” con l’esplosione della “movida” e delle iniziative culturali, degli eventi, per noi delle periferie erano la Milano da pere (eroina).

L’eroina dilagava in città e l’ottimismo della rinascita della grande Milano e il piacere degli aperitivi contrastava con le realtà dei quartieri più distanti dal centro ricco e pieno di luci. Le periferie, molte lo sono tutt’ora, erano quartieri dormitorio, enormi contenitori di esseri umani che chiudevano luci e serrature alle 8 di sera per ridare aria alle 6 del mattino.

La voglia di socialità era comunque prevalsa dopo gli anni di merda (qualcuno li chiama di piombo) con polizia ovunque, fermi, controlli e vessazioni gratuite.

Poi è esplosa la movida alternativa e gli anni più belli dei Centri Sociali.

Con Tangentopoli si è tornati all’oblio e alla chiusura della cultura diffusa con l’avvento delle giunte di destra e le mille ordinanze anti-sociali.

Una mera propaganda sulla sicurezza e sui graffiti come unico male della città. La svolta sarà Expo che elettrizzerà la voglia di fare, di comunicare, di reinventarsi, nel bene e nel male, ritorna ad essere la metropoli multi-culturale.

Sicuramente con meno energia e ideologia ma attualmente ci sono molte cose in comune con gli anni 80 ed un buon fermento che ancora non siamo stati capaci di cogliere per immunizzarci dalle regole della globalizzazione liberale che ha come motto: produci, consuma e crepa.

Tutte le cose che hai fatto le avresti fatte anche se non fossi nato e vissuto a Milano?

Non so se avrei fatto tutte le cose che ho fatto se fossi vissuto in una realtà meno complessa e diversificata, piena di fermenti e di contraddizioni come Milano.

No, non credo, ogni cosa ha bisogno di terreno fertile per potersi sviluppare e Milano è una città che sorge su un terreno molto fertile da sempre.

Te e Milano in che rapporti siete?

Difficili ma anche no. È una relazione molto complicata di odio e amore.

Milano è, e può essere, una città molto generosa ma è anche dura, ingloba ma anche seleziona e isola. Spesso non ti dà nemmeno il tempo di pensare.

Leggi anche la precedente intervista della rubrica Bella Milano.

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