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Andrea Ferrari: “Milano? Uno dei miei personaggi principali”

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Andrea Ferrari: la biografia, la scrittura e l'impegno nel social nell'intervista a Notizie.it | Milano.

andrea ferrari
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Andrea Ferrari è nato nel 1977 ed è laureato in Lingue. Andrea è un ragazzo impegnato nel sociale, impegnato ad aiutare chi ha più bisogno. Nel 2007 pubblica il suo primo libro e nell’intervista a Notizie.it | Milano ha raccontato la sua storia e il rapporto con la città.

Intervista ad Andrea Ferrari

Skateboard, band punk h.c. , calcio e autore di gialli ambientati a Milano e prevalentemente nella zona nord che è quella del naviglio Martesana. Come sono collegate queste passioni tra loro? Sono come tappe di un percorso?

Ciao Franz, innanzi tutto grazie per aver pensato a me per questa chiacchierata su Milano che è poi, uno dei miei personaggi principali.
Lo skate e il punk H.C. rappresentano certamente il mio primo passo verso la volontà di raccontare un territorio come la città, e sono stati contemporaneamente condizione sufficiente e necessaria.

Lo skate mi ha portato, ancora adolescente, a percorrere in lungo e in largo le strade di Milano.

Sono partito dal mio quartiere, Gorla, sulla Rossa, e ho scoperto quello che per me era da considerarsi il Finisterrae, San Donato. In questo, continuo cercare nuovi posti per lo skate, ho realizzato che c’erano altri ragazzi come me. Fieri disadattati, che non avevano intenzione di sedersi nel posto che la città, o la società avevano preparato per loro.

Di qui al punk H.C. è stato un passo comodo. Suonare e gridare in un microfono, facendo parte di una band H.C., è stato un nuovo modo di capire quanto forte potesse essere la parola come strumento, non solo di comunicazione diretta, ma soprattutto, metaforica. Scrivendo i testi per le band, ho imparato a dare sfogo a quelle sensazioni che come diceva Nanni Svampa, grande punk dialettale degli anni che furono, avevo paura di possedere solo io.

Non era così. Eravamo in tanti a non trovare il bandolo della matassa in questa strana città che tutti si ostinavano già a chiamare metropoli, e credo che, a posteriori, sia questo senso di “strana appartenenza a Milano” l’eredità della scena punk H.C. degli anni ’90 e ’00.

Il punk H.C. è uno stile di vita, non è semplicemente un genere musicale, quindi va da sé che la mia attitudine alle cose e al racconto sia quella di un punk che ha smesso di gridare nel microfono, per passarlo, idealmente, come in un concerto, alla penna. Di qui la mia voglia di prendere un genere come il giallo, ma direi più l’hard-boiled, e rivoltarlo come un calzino, togliendo il delitto come motore della fabula e sostituendolo con Milano. È Milano, nei miei libri con Brandelli, ad essere la scintilla che accende il fuoco, solo che in linea di massima Milano, nelle mie storie, si fa anche combustibile. Alla fine ne raccogliamo le ceneri.

Il Calcio è stato un altro grande amore, postumo, della mia vita. Parliamo di calcio vero, quello di periferia, massimo prima categoria. Piedi duri come il cemento e tanta voglia di sudare. Ecco, questo calcio rappresenta e ha rappresentato, per me, un’altra grande metafora della vita. Il calcio concede exploit a tutti, ma una volta sola, per il resto è quanto di spietato ci possa essere. Se hai sempre giocato per non retrocedere, non ci sono scuse, sei stato un calciatore mediocre. Prima te ne rendi conto e prima comprendi che la passione non basta. Ci vuole il talento. Il calcio mi ha mostrato, così come lo skate e il punk H.C. che ciascuno ha un proprio modo di esprimersi, la difficoltà è quella di trovarlo e di lasciar perdere il superfluo. Io ho capito che per me era essenziale raccontare storie, ho iniziato con Milano A. Brandelli, tredici anni fa, e non ho ancora smesso. Non avrei mai detto di essere in grado di scrivere dei libri, nonostante abbia studiato letteratura, e invece eccomi qui.

Lavori nel sociale e lavori al Corvetto che è dalla parte opposta di dove abiti. Raccontaci il tuo lavoro che non è facile e che differenze ci sono tra il Corvetto e la zona dove abiti.

Io sono di Gorla, quel ridente agglomerato di case, una volta popolose e popolari, che si affaccia sul naviglio della Martesana che un tempo era il naviglio dei poveri. Ora non è più così, infatti da oltre dieci anni ho fatto fagotto e mi sono trasferito con la mia compagna ed ora anche con nostra figlia, in via Padova. Un chilometro a sinistra da via Tofane dove vive e lavora Brandelli. Non un cambio epocale, ma certamente un tuffo in una zona che dieci anni fa non strizzava ancora l’occhio a NoLo e che non pensava di prendersi un dito in quell’occhio.

Per lavoro, da quindici anni, ormai, faccio tutti i giorni un viaggio sotto le gonne della città e da Rovereto, risalgo a riveder le stelle a Corvetto. Stelle di stagnola, come nel presepe. Roba minima, ma di un certo effetto. Come dicevi il mio posto è quello di chi cerca di tirare le fila di un territorio per niente facile, attraversato da mille problemi, diecimila contraddizioni, ma anche da altrettante iniziative per far emergere ciò che di buono esiste e che spesso viene tralasciato perché fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce. Solo che dalle nostre parti la foresta è di cemento e fa un gran casino mentre la tirano su. Poi, spesso, la mollano a metà e il quartiere vince
un cantiere abbandonato, con annesso tutto il degrado che si porta appresso.

Ho scritto La Grande Nespola, ultimo libro in ordine cronologico della serie di Brandelli, proprio attorno ad un cantiere abbandonato a Corvetto, dalle parti del vecchio Moonshine. Nel centro polifunzionale che coordino passa una moltitudine di persone che proviene dai posti più disparati della città, e di Corvetto. C’è l’appassionato d’arte, lo sfaccendato professionista e il ragazzino che ha smesso di cercare il proprio talento. C’è chi gioca alle bocce, chi balla il liscio e chi ha bussato qualche anno al due di via Filangeri. Ci sono i regolari, quelli che stanno nel mezzo e quelli che il confine lo hanno varcato e che forse non torneranno più. Fra tutte queste persone ci sono anche io, con i miei colleghi che, come dicevo prima, rintuzziamo, raccontiamo e remiamo contro corrente per dare al nostro territorio la dignità che merita. Non con gli zeri dei conti in banca, ma con l’esempio quotidiano di chi conosce la strada perché ne è stato e ne è ancora parte.

Via Padova e Corvetto, potrebbero essere accomunati per via della loro composizione decisamente multietnica e per la popolarità della maggioranza dei loro abitanti, ma sono territori molto differenti. Primariamente via Padova è un grande fiume Congo, come quello di Conrad in Cuore di Tenebra, che si alimenta di affluenti minuscoli, ora semplici rigagnoli, ora invece torrenti in piena. Sulle sponde di cemento, con le fermate della 56 invece che le Stazioni delle Compagnie Olandesi o Belghe, si accalca una popolazione che ha imparato a vivere lungo il fiume. Ne conosce gli umori, gli odori e le stagioni. E soprattutto conosce la possibilità di scorrere via lungo il fiume di asfalto. Via Padova è qualcosa di perpetuamente in movimento, dove la calma si trova in qualche bar cinese o nelle rosticcerie arabe.
Corvetto è un territorio arroccato. Il quartiere Mazzini, il nucleo originario delle case popolari, era stato concepito per guardare tutto al proprio interno, con cortili, camminamenti e passaggi che consentissero di muoversi fra le case come fossero un quartiere dentro al quartiere. E questa morfologia influenza ancora la mobilità fisica e mentale della gente che ci vive.

Una conformazione urbanistica che tende a dividere la gente fra noi e loro. Fra chi conosce la lingua non scritta del quartiere e chi invece ha bisogno del traduttore. E’ un territorio che è periferia nominale, anche se sostanzialmente è attaccato al centro, a Porta Romana. E adesso ha anche la fabbrica dorata della Fondazione della moda. E’ un territorio dove questa vicinanza si sente e spinge a chiedersi il perché delle differenze sociali di questa città che ti pesa e ti scarta se esci dal tessuto della produzione. Quindi sono un privilegiato, perché per lavoro posso assaporare, amare e anche odiare tutti gli aspetti della città. Quella vera. Vale lo stesso discorso fatto per il calcio.

Andrea qual è la tua opinione sui continui tentativi di gentrificazione? Pensi che dopo la quarantena e il diffondersi del lavoro in remoto questa tendenza stia attenuandosi.

La mia opinione conta come il due di coppe con briscola bastoni. Però devo dire che a Milano, in questi ultimi anni, si è alimentato un racconto che si divide su due linee narrative parallele che s’incontrano all’infinito o nei libri gialli come i mie, e quelli di molti altri che hanno imparato a leggere la città fra le righe.

Milano è raccontata dalla politica, dall’economia e dalla cultura mainstream come una città sparata nel futuro. La città delle opportunità, dei grattacieli a km zero, biologici ed ecosostenibili, manco fossero degli asparagi giganteschi, spuntati nel cemento più fertile. È la città che ormai divide il suo anno in settimane, da quella fashion a quella più stilosa del design. È la città che gareggia con Berlino, Londra, e che idealmente vorrebbe essere la New York europea. La città smart, del food, che dal dopo Expo ha perso il contatto con la realtà, che ama sognare e chiama i sogni visioni. Una città dove i locali spuntano come brufoli sulla fronte di un quindicenne, ma sono quasi tutti gourmet e servono cibi selezionati, quindi sono i benvenuti perché muovono interesse, riqualificano vecchi pezzi di territorio rimasti appannaggio della gente normale. Gente che si beve anche una birra in lattina ed è felice se il figlio ha preso sei e mezzo nel compito di matematica.

Poi c’è la città dei quartieri, perché pare che dire periferia sia diventato offensivo, ma non per chi in periferia ci vive da sempre. Piuttosto per chi in periferia ci deve investire euro di cemento armato come le rapine. La città del degrado, dell’immigrazione sfrenata, dei poveri e dei poverissimi. La città che necessita di interventi, di accompagnamento, di soldi a pioggia e di qualche padre buono che la prenda per mano per tirarla fuori dal gorgo in cui l’hanno incastrata. La città degli spacciatori, dei Rom, della violenza e del controllo.
Ecco, inserisco la gentrificazione come il concetto che sottende a questi due racconti, come il tratto che unisce la Milano dei grattacieli con quella della rogna da grattare.

Li unisce vestendosi da filantropo, sfruttando la buona fede di chi si mette in gioco e investe se stesso per il proprio territorio, per convincere che il nuovo benessere stia in un cambio di nome (NoLo non esiste, svegliatevi), in un rinnovamento dei bar, che diventeranno tutti uguali e finto vintage, nell’arrivo di giovani (quarantenni come me) artisti, con i loro atelier, o studi, che contribuiranno a rivalutare la zona, a spingere ai margini quelli che non sanno parlare, e che anche se lo sanno fare, hanno perso la voglia di farsi sentire. Così i prezzi si alzano. Prima le birre, poi il pane, la frutta e la verdura e alla fine le case. Quelle vecchie ristrutturate, quelle nuove colate dal cielo e quelle ancora da erigersi.

La gentrificazione, che in altre città stanno cercando di smantellare o per lo meno di correggere, a Milano è arrivata per scherzo, dentro un cavallo di Troia ben confezionato da interessanti menti commerciali, e adesso sta iniziando a chiedere la parcella. Culturalmente poi, ha diviso le persone in pro e contro. I pro dalla parte della ragione, e i contro dalla parte del toro. Così il mezzo non è considerato. Io, ad esempio, non demonizzo tutto quello che la nuova visione di Milano ha portato in periferia, apprezzo il nuovo fermento culturale, meno quello aperitivesco, ma non posso non criticare la politica dei rincari operati ad arte, ed auspicherei molti più interventi sulle comunità fragili, emarginate o addirittura sommerse. Consiglierei, ad esempio, di investire sempre di più in scuole di lingua per stranieri, perché è con la lingua che si va da tutte le parti. Me lo dice sempre anche mia nonna. Il lockdown ha certamente cambiato qualcosa, ma credo sia effettivamente troppo presto per comprenderne appieno la ricaduta sociale reale. Noi scrittori siamo fortunati, nessuno pende dalle nostre labbra quindi possiamo contemplare e raccontare di conseguenza. Certamente quello che ci sta succedendo è una grande ferita, ma i territori possono essere raccontati anche attraverso le
cicatrici.

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Parlaci del tuo alter ego Andrea Brandelli. Lui è te? La sua Milano è la tua Milano?

Diciamo che Brandelli è iniziato come un alter ego. Come la volontà di raccontare la città attraverso gli occhi di un altro da me, ma che tutto sommato ero io. Forse mi vergognavo un po’. Ora dopo sei libri, le cose sono cambiate. Lui è diventato lui, con la sua vita e la sua famiglia, mentre io sono rimasto io. Brandelli è un detective privato atipico, che non si occupa di casi strabilianti. Niente morti, niente servizi segreti. Solo corna, pedinamenti e adolescenti scappati di casa. Ogni tanto cerca anche della refurtiva che la polizia non avrebbe tempo di ritrovare. Non fuma, non beve e la notte cerca di dormire almeno sette o otto ore.

È l’anti eroe per eccellenza, insomma. È un precario dei sentimenti, molto riflessivo, indeciso e follemente attratto dalla città. Fare il detective per lui è il modo migliore per stare sempre dentro la città, per avere una scusa per percorrerla in lungo e in largo. In bici, a piedi, in macchina o con i mezzi pubblici. Osservarla, farsi coccolare e strappare qua e là un bacio umido fra la guancia e le labbra, come quelli che la ragazza che amavamo alla follia non ci ha mai dato.

Poi tutto è cambiato e la mia visione della città è mutata. Lei si è indurita, l’hanno venduta a pezzi, a tranci come al mercato del pesce. Si è fatta parcellizzare, lottizzare, e l’hanno riempita di locali dove il cibo ha lo stesso sapore, quello delle lavanderie di soldi della criminalità organizzata. La bella dama grigia, come la chiamavamo, si è fatta grande nespola, per fare il verso a NY e allora, come tutti i grandi amori che s’incrinano, anche il rapporto fra Brandelli e Milano si è raffreddato.

Ricordatevi la prima volta che avete rivisto un vostro ex partner mano nella mano con un qualcun altro. Ecco, la sensazione è quella.
Io scrivo anche con Riccardo Besola e Francesco Gallone, e insieme abbiamo scandagliato Milano in lungo e in largo, negli anni settanta, e nella contemporaneità, e con loro devo dire che in romanzi come Operazione Madonnina, o I tre cuori del Polpo, ad esempio, raccontare Milano mi viene più facile, ma forse è perché essendo punk, amo suonare in una band.

Da solo, invece, dopo La Grande Nespola, ho deciso di prendere una pausa da Milano e mi sono trasferito, armi e bagagli (letterari s’intende) nelle valli bergamasche. Ho creato un nuovo personaggio, molto diverso da Brandelli che mi ha dato la possibilità di ossigenarmi il cervello. Se vi capita leggete Sangue Nero o Nero fondente e ne vedrete delle belle. La pandemia ha un po’ frenato tutto, perché come dicevo prima, un territorio dilaniato va raccontato con i guanti e non si può sbagliare.

Da quando hai creato il personaggio di Brandelli e ne hai narrato le avventure come hai visto cambiare Milano e secondo te come cambierà?

Come ho detto sopra, da quando ho iniziato a scrivere sono passati tredici anni e Milano ha visto un sostanziale cambiamento nella sua fisionomia, nelle abitudini e anche nelle nevrosi. Poi non dobbiamo farci ingannare dalle cassandre che la dipingono come una città i cui confini arrivano in Svizzera o che dicono che la A4 sia una tangenziale. Milano ha ancora i suoi quartieri, i suoi odori, differenti da via a via, e soprattutto resta il fatto che a Caleppio di Settala, quando vanno a Milano dicono andiamo giù a Milano. Ecco, a volte si rischia di cambiare tutto per non cambiare niente.

Leggi anche la precedente intervista della rubrica Bella Milano

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