La decisione sul prosieguo dell'inchiesta su Pietro Sanua è stata rinviata: i familiari chiedono nuovi accertamenti su auto, omonimi e analisi dna

La vicenda dell’omicidio di Pietro Sanua torna sotto i riflettori con un nuovo rinvio: la decisione sulla richiesta di archiviazione o sulla riapertura dell’indagine è stata posticipata e il giudice dovrà valutare elementi che, secondo i parenti, non sono stati esaurientemente considerati.
Il caso riguarda un delitto avvenuto il 4 febbraio 1995 a Corsico e, a distanza di anni, i legali dei familiari hanno depositato una memoria nella quale richiamano l’attenzione su piste che potrebbero mutare lo scenario investigativo.
Dalla memoria emerge una trama fatta di testimonianze discordanti, tracce che non avrebbero ricevuto piena valorizzazione e una vettura che ricorre spesso nelle ricostruzioni: la Lancia Thema. Gli avvocati sostengono che siano rimasti margini investigativi da esplorare prima che il fascicolo venga chiuso definitivamente, e che nuovi accertamenti tecnici potrebbero rendere giustizia a una vicenda ancora avvolta da molte incertezze.
Lo stato del procedimento e le richieste di approfondimento
Dopo cinque anni di indagini la Direzione distrettuale antimafia ha chiesto l’archiviazione sostenendo che i collaboratori di giustizia non hanno fornito elementi utili per identificare con certezza gli esecutori. I familiari, assistiti dagli avvocati Nicola Brigida, Fabio Repici e Guido Salvini, hanno però presentato osservazioni puntuali per opporsi a tale richiesta. Tra le questioni sollevate figurano elementi materiali e testimonianze che, se rilette con attenzione o analizzate con tecniche moderne, potrebbero riaprire scenari investigativi: è questa la linea argomentativa che ora spetta al gip Patrizia Nobile valutare.
La Lancia Thema: un’auto al centro delle ricostruzioni
La Lancia Thema è ricorrente nelle ricostruzioni: testimoni parlano di uno scappamento su una vettura di colore simile, e due carabinieri avrebbero notato un’auto di quel tipo la mattina stessa dell’agguato. Per i legali la macchina non è un dettaglio secondario, ma un filo che potrebbe collegare i presunti esecutori all’indagine. La vettura è descritta con particolari che vanno oltre il modello, tra cui un ipotetico sistema di accensione remota che, secondo alcune dichiarazioni, veniva utilizzato per motivi di sicurezza.
L’identikit e i testimoni
Emergono profili che cercano di mettere insieme volti e movimenti: un testimone dell’epoca ricordò un giovane allontanarsi di corsa nei pressi di un’auto incendiata e la Scientifica disegnò un identikit basato su quelle indicazioni. Successivamente alcuni pentiti, tra cui Rosario Barbaro, hanno fatto riferimenti a Vincenzo Ferraro detto “Cecè”, segnalandolo come persona collegata a una Thema dal colore amaranto e dotata di un telecomando per l’avviamento a distanza. Questo intreccio tra testimonianze e collaborazioni solleva domande sulla reale corrispondenza tra il sospettato e l’identikit dell’epoca.
Intestazioni, omonimi e punti oscuri sulla proprietà
Il percorso che ricostruisce la proprietà della Thema è tortuoso: dalle banche dati emerge una rete di intestazioni e passaggi che complica la ricostruzione della titolarità. Viene fatto anche il nome di un omonimo più anziano, classe 1957, che secondo alcune fonti avrebbe custodito un esemplare simile in una villetta. Le annotazioni investigative parlano poi di cambi di targa, di acquisti di seconda mano e di figure con precedenti per narcotraffico che avrebbero avuto competenze tecniche utili a riparare o modificare i veicoli. Tutto ciò rende difficile stabilire con nettezza a chi appartenesse la Thema al momento del delitto.
Tracce biologiche, ‘ndrangheta e i contributi dei pentiti
Oltre all’auto, nella memoria dei legali è richiamata l’esistenza di tracce biologiche rinvenute sulla scena che non sarebbero state pienamente valorizzate. La possibilità di riesaminare quei campioni con metodiche di dna più sensibili oggi disponibili viene indicata come una strada percorribile per ottenere elementi probatori nuovi. Sullo sfondo resta la pista mafiosa: secondo le ricostruzioni il movente potrebbe essere collegato a contrasti per il controllo delle bancarelle, un tema che nelle logiche criminali può tradursi in una volontà di imporre il dominio territoriale.
Il ruolo attribuito a Gaetano Suraci e i pentiti
I collaboratori Saverio Morabito e Domenico Agresta descrivono Gaetano Suraci come vicino ad ambienti della ‘ndrangheta e lo indicano come possibile mandante; Suraci è deceduto nel 2005. La dinamica di un acceso litigio avvenuto il 6 aprile 1994 per la gestione di postazioni commerciali viene evocata come antecedente al delitto, con la tesi che l’omicidio servì a riaffermare il controllo del territorio. Le dichiarazioni dei pentiti sono dunque centrali ma, secondo la Dda, non ancora sufficienti per una identificazione certa degli esecutori.
La palla ora passa alla gip Patrizia Nobile, che dovrà decidere se gli elementi sollevati dai familiari giustifichino ulteriori indagini o se sia opportuno archiviare la procedura. A oltre trent’anni dal fatto, la scelta tra chiudere il fascicolo o riaprire scenari investigativi rimane una decisione che pesa sul diritto alla verità e sulla possibilità di rendere conto di quelle ombre che ancora aleggiano sul caso Pietro Sanua.





