Una tragica sparatoria a Rogoredo ha sollevato importanti interrogativi sulla legittima difesa e sulla gestione del controllo delle sostanze stupefacenti.

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Una sparatoria avvenuta nel tardo pomeriggio del 26 gennaio nel quartiere di Rogoredo, noto per il traffico di droga, ha portato alla morte di Abderrahim Mansouri, un giovane di 28 anni. L’episodio ha innescato un’indagine nei confronti di un agente del commissariato Mecenate, accusato di omicidio volontario dopo aver aperto il fuoco durante un controllo antidroga.
L’agente, con quasi vent’anni di esperienza, ha fornito al pubblico ministero Giovanni Tarzia la propria versione dei fatti. Secondo la sua testimonianza, l’agente ha intimato l’alt al giovane, il quale ha reagito estraendo un’arma, inizialmente non riconosciuta come una pistola a salve.
La testimonianza dell’agente
Durante l’interrogatorio, l’agente ha descritto la scena con grande angoscia. “Mi sono qualificato come polizia e ho intimato di fermarsi”, ha spiegato. “Quando ho visto che Mansouri aveva una mano in tasca, ho sentito un’immediata sensazione di pericolo. In un attimo, ha estratto una pistola e me l’ha puntata contro.
Nonostante la sua lunga carriera, l’agente ha confessato di aver provato un intenso timore. “Eravamo a circa venti metri di distanza e, in quel momento, ho sentito che non avevo altra scelta: ho estratto la mia arma e ho sparato un colpo. Non avevo intenzione di ucciderlo, ma ho agito per difendermi.”
Le conseguenze della sparatoria
Dopo lo sparo, il poliziotto si è avvicinato al corpo di Mansouri, trovandolo a terra con la pistola a poca distanza. “Ho sentito il bisogno di allontanare l’arma, poiché l’uomo stava rantolando e l’oggetto era a portata di mano”, ha dichiarato l’agente. I soccorsi sono giunti solo dopo dieci minuti, ma per il giovane non c’era più nulla da fare.
Il contesto della sparatoria
Abderrahim Mansouri era noto alle forze dell’ordine per i suoi legami con il traffico di droga. Sotto la sua giacca, gli agenti hanno rinvenuto 70 grammi di hashish e oltre 29 grammi tra eroina e cocaina, suggerendo un coinvolgimento attivo nello spaccio. Il quartiere di Rogoredo è tristemente famoso per la sua attività di spaccio, dove le riforniture avvengono frequentemente per evitare rapine.
La pistola utilizzata da Mansouri, una replica di una Beretta priva del tappo rosso, ha sollevato interrogativi tra gli inquirenti. Non è chiaro perché il giovane avesse quell’arma e perché l’abbia estratta in quel momento. Si ipotizza che Mansouri possa aver scambiato gli agenti per rapinatori, dato che in quel momento altri poliziotti stavano arrestando uno spacciatore nelle vicinanze.
Le reazioni istituzionali
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha commentato l’incidente, sottolineando che, con le nuove disposizioni sulla sicurezza, l’agente avrebbe potuto avvalersi di una presunzione di legittima difesa. Una pistola puntata contro gli operatori di polizia, apparentemente identica a una Beretta calibro 9, può far comprendere il senso di minaccia percepito.
Tuttavia, ha anche avvertito che spetta all’autorità giudiziaria stabilire l’esatta dinamica dei fatti e decidere sulle eventuali responsabilità del poliziotto indagato.
Indagini in corso
Attualmente, le indagini sono in corso e prevedono accertamenti balistici per chiarire la traiettoria del proiettile e un’autopsia sul corpo di Mansouri. La famiglia del giovane ha già chiesto che venga fatta luce sull’accaduto, sollevando dubbi sulla versione fornita dall’agente. Si attendono sviluppi significativi nelle prossime settimane.




