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Paolo Uzzi: “Il lockdown ha spaventato una Milano non abituata a fermarsi”

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La carriera e la vita di Paolo Uzzi nell'intervista per la rubrica Bella Milano.

paolo uzzi
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Autore di origini pugliesi, Paolo Uzzi si è trasferito a Milano per lavoro. Nell’intervista a Notizie.it | Milano ha raccontato le motivazioni della sua scelta e il rapporto con la città prima e dopo il lockdown.

Intervista a Paolo Uzzi

Dalla Puglia a Milano come é stato l’impatto qualora ci sia stato un impatto?

Devo ammettere che non c’è stato nessun impatto. In genere gli impatti sono mentali e nascono da stereotipi e pregiudizi, a meno che non ci sia qualcosa di veramente sgradevole, ma per chi arriva dal sud, Milano è un po’ come la giostra, c’è tutto e di alta qualità, per cui non si può che essere contenti e farsi avvolgere da quello che ti offre.

La fissazione di chi viene dal sud è che il tempo a Milano sia freddo e piovoso, ma per fortuna, io non sopportando il caldo, mi sono adattato benissimo.

Cosa ti ha portato a Milano? Cogliendo l’occasione per presentarti ai nostri amici che ci leggono e pensano che un autore sia più a suo agio a Roma piuttosto che a Milano.

In realtà mi sono trasferito a Milano perché volevo disegnare le Ferrari, così mi consigliarono di fare Ingegneria Meccanica al Politecnico, per poi specializzarmi a Torino in Architettura della carrozzeria.

Così mi sono iscritto al Politecnico, ma quando ho cominciato a capire che le materie da superare erano Analisi, Fisica, Chimica… e via dicendo, ho capito che non era la mia strada. Ero e sono un creativo, sono allergico a tutto ciò che rischia di ingabbiarmi mentalmente.

Per quel che riguarda la scelta tra Roma e Milano, non c’è una vera e propria sistemazione ideale. Milano è più specializzata nelle produzioni TV, radiofoniche, web… mentre Roma è la patria del Cinema, quindi dipende un po’ su cosa si va a lavorare.

L’unica differenza sta nel modo di lavorare, molto più rilassato a Roma, un po’ più frenetico a Milano. Diciamo che i romani si godono la vita sempre, mentre i milanesi se la godono a fine lavoro.

Sei autore di diversi personaggi e diversi tra loro seppure nello stesso ambito ed a tua volta ovviamente sei un vulcano di battute e di idee anche nel privato e siamo tutti un po’ curiosi sapere come scegli le idee e con criterio le dai poi magari a Giovanni Vernia invece che allo Squalo di Radio105.

Le idee come sempre nascono dall’osservazione della realtà e poi vengono scritte in chiave ironica o satirica. Ogni artista ha un suo stile, un suo linguaggio, un suo modo di stare sul palco. Giovanni Vernia è differente da Checco Zalone, Fiorello è diverso da Enrico Brignano, ma ognuno riesce a far ridere con una modalità diversa. L’autore è un po’ come un sarto. Propone la stoffa, cioè l’argomento, lo si sceglie insieme, si costruisce insieme l’abito, ma su misura per chi alla fine lo deve eseguire. Non esiste comunque un modus operandi preciso. C’è chi ha bisogno di scrivere a quattro mani le idee, c’è chi esegue pezzi scritti in toto da autori, interpretandoli col proprio stile e c’è chi se li scrive da solo, insomma, è molto variabile.

Il senso dell’umorismo aiuta a vivere se non bene meglio?

L’umorismo aiuta a sdrammatizzare sempre la realtà. Però a volte rischia anche di farti incazzare, perché le note comiche nascono sempre da ciò che non va bene in genere. Scherzare o irridere qualcosa che va bene non ha poi tanto appeal, è sterile, mentre prendere in giro o fare battute su quello che non funziona, è il fuoco della comicità e della satira, per cui rischi di incazzarti perché ti rendi conto delle cose che non vanno, che purtroppo sono tante, ma per fortuna danno un sacco di lavoro agli autori e ai comici.

Come hai trovato cambiata Milano da quando sei qua e anche in questi traumatici mesi di distanziamento sociale?

Non so se Milano sia cambiata in peggio o in meglio, l’unica differenza che trovo è che si sia un po’ banalizzata, diventando la Babele di stili e mode internazionali. Non critico certo il mix di culture che portano sempre a innovazioni e novità, ma credo abbia perso il suo stile. È sempre bene aprirsi al nuovo, ma è ancora più importante essere e restare quello che si è, altrimenti si diventa un ibrido che lascia poco o nulla.

Il Lockdown ha spaventato una metropoli che era abituata a non fermarsi mai. Lo shock credo sia stato il ritrovarsi soli con se stessi e con un tempo da gestire ormai perso, perché la vita frenetica pre-covid, ci portava a non avere mai abbastanza tempo per noi. Tutto quel tempo forzato a disposizione, ci ha fatto capire molto e ognuno di noi ha capito qual è la cosa che stava perdendo o quella che avrebbe dovuto andare a cercare. Preferisco pensarla con una frase che mi dice sempre mia mamma: “Ogni impedimento, è giovamento”. Speriamo.

Leggi anche la precedente intervista della rubrica Bella Milano

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