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Lele Lutteri: “Milano ti da tanto e ti toglie tanto”

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Lele Lutteri, i suoi interessi e il rapporto con la città nell'intervista a Notizie,it | Milano.

lele lutteri
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La chiusura del Rock Burger, il post lockdown e il rapporto con la città di Milano così cambiata nel tempo. Di questo e dei suoi molteplici interessi, ha parlato Lele Lutteri nell’intervista per la rubrica Bella Milano.

Intervista a Lele Lutteri

Sei di quelle persone che si fa fatica ad inquadrare perché sei un tipo eclettico: grafico, imprenditore, illustratore, musicista, skater come ti presenteresti ai nostri lettori? Raccontaci un po’ il tuo percorso e le tue passioni.

Beh, innanzitutto tengo a precisare che skater e musicista lo sono esclusivamente per passione, per quanto riguarda il resto provo a riassumerla così: dopo aver lavorato “a spizzichi e bocconi” nella pubblicità e nell’editoria scolastica, dove ho illustrato alcuni testi di inglese per la casa editrice DeAgostini, nel 1999, assieme a due soci apro la mia prima società e il mio primo brand di abbigliamento, “Kokusbaum”, un marchio streetwear orientato verso il mondo dello skateboard e dello snowboard.

Erano anni in cui di marchi italiani di questo tipo ce ne erano decisamente pochi e al contrario di adesso, era molto più complicato partire da zero, per via dei pochi fornitori che si occupavano di serigrafia con quantità “minime” e per la difficoltà di trovare confezionisti etc.

È stata però un’esperienza molto divertente e soprattutto mi ha permesso di imparare un po’ il mestiere. In quegli anni mi sono confrontato con tutto quello che aveva a che vedere con la gestione di un brand, dal design del prodotto alla pubblicità a seguire i ragazzi che giravano per noi in skate e snowboard.

In quel periodo giravo parecchio in snowboard e pian piano il marchio ha iniziato a prendere piede e vendere nei core shop del Nord Italia. Nel 2005 poi il brand milanese Bastard, con il quale avevo iniziato a collaborare disegnando alcune grafiche per la linea basic, mi offrì la possibilità di lavorare in esclusiva per loro, disegnando parte delle collezioni e delle grafiche.

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È qui che ho imparato veramente il mestiere, realizzando intere collezioni e seguendo lo sviluppo dei prodotti coi fornitori, italiani ed esteri. Nel 2010 si conclude anche l’avventura per i “Those lazy italians”, come amano definirsi i soci nel payoff del brand (“Proudly made by those lazy italians”, appunto). Gli anni in Bastard sono stati un’esperienza fantastica, culminata con l’apertura della nuova sede in un ex cinema milanese vicino P. le Istria e la costruzione della Bowl interna dove negli anni ho visto girare leggende dello skate mondiale come Tony Alva, Steve Caballero, Christian Hosoi, Tony Hawk e tanti altri.

Nel 2010 poi decido di mettermi nuovamente in proprio e apro il mio studio di grafica e comunicazione, “Baselivigno” (a dispetto del nome, sempre a Milano, in via Livigno). Da allora mi occupo non solo di abbigliamento, ma di grafica a 360° assieme alla mia compagna che invece si occupa di web design. In parallelo a questo, dipingo da diversi anni, prevalentemente su tavole da skate rotte. Ho partecipato a diverse collettive negli ultimi anni e sto lavorando su una serie di tavole e tele che dovrei esporre in una personale non appena sarà possibile riorganizzarsi. Ultima tappa (per adesso) è del 2014 quando, assieme ad altri quattro soci, apro, sempre a Milano, Rock Burger, un diner con cucina americana specializzato in hamburger e affianco questa attività al mio lavoro di designer. Rock Burger riassume un po’ tutte le mie passioni, da quella per la musica (rock appunto, prevalentemente metal, a quella per la cucina, per gli Stati Uniti e per la grafica e il disegno, visto che, come art director, all’interno dell’azienda mi sono occupato prevalentemente dell’immagine e della comunicazione del ristorante).

Scusa se metto il dito nella piaga ma è recente il tuo annuncio di chiusura del Rock Burger che ha sorpreso un po’ tutti perché dopo l’affardellarsi di hamburgerie era tra i pochi ad essersi consolidato passata la moda. Perché hai chiuso?

Si, molto a malincuore, ma abbiamo chiuso da poco, e come immaginabile, il Covid-19 ne è stato la causa maggiore.

Rock Burger era una realtà complessa, fatta di parecchi dipendenti e diversi professionisti che ci affiancavano e ci aiutavano nella gestione economica dell’azienda. Fermarsi di colpo e smettere di fare incassi per circa tre mesi (mesi tra l’altro tra i più proficui per il ristorante) è stato un colpo non indifferente. Le spese si sono comunque accumulate e soprattutto le prospettive di fatturazione e guadagno alla riapertura dal lockdown erano pessime per via dello smart working che ha svuotato gli uffici (e i ristoranti milanesi nella pausa pranzo) e per il distanziamento sociale che avrebbe, nella migliore delle ipotesi, dimezzato i nostri coperti. Il nostro modo di lavorare quasi esclusivamente con prodotti freschi e lavorazioni fatte in casa da noi ha sempre fatto si che i nostri clienti preferissero mangiare al locale piuttosto che ordinare e farsi portare a casa la cena dai rider, uno dei motivi per cui abbiamo scelto di lavorare poco con l’asporto. C’è da dire anche che le percentuali di guadagno dei vari nomi che operano in questo settore ti fanno passare decisamente la voglia. Va a finire che tra food cost e percentuale loro, se margini un prodotto nella maniera corretta senza spennare il cliente finale, non ti rimane attaccato nulla o quasi.

Ho comunque imperato molto da questi sei anni nel mondo della ristorazione, mondo che non conoscevo per nulla. Mi dispiace molto aver dovuto chiudere soprattutto perché il prodotto piaceva molto e l’hype creato era molto alto. Non immaginavo, ma la notizia della nostra chiusura ha fatto parecchio rumore, rimbalzando tra siti di cucina, street food e diversi quotidiani locali e nazionali. Non escludo quindi che in futuro si possa riprendere in qualche modo a “girare hamburger e musica” da qualche parte!

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Che rapporto hai con Milano e come l’hai vista cambiare negli anni?

Ammetto che con Milano ho un po’ un rapporto di “odio e amore”. Ci sono nato, sono cresciuto in un fazzoletto di terra, tra Bovisa e Dergano, quartiere dove attualmente vivo e ho il mio studio. Penso di avere quindi una visione abbastanza privilegiata per quanto riguarda l’evoluzione e la trasformazione, soprattutto del mio quartiere (diciamo che, a dispetto della storia e delle origini, ho sempre considerato Bovisa e Dergano una sorta di unico grosso quartiere).

Sicuramente nelle periferie c’è stato un cambiamento diverso, meno evidente rispetto al centro o a certe zone diventate “cool” nel giro di pochi anni, come l’Isola ad esempio. Penso che l’Expo abbia inoltre dato una grossa spinta alla riqualificazione di certe aree (vedi la zona intorno P.zza Gae Aulenti o la nuova area “City life” in zona fiera) Mi piace molto il fatto che nei progetti di riqualificazione si stia dando parecchio spazio al verde, e, in questi ultimi tempi, ad un tentativo di sviluppo di mobilità alternativa, incrementando e migliorando le piste ciclabili.

Tornando alla mia zona, soprattutto alla Bovisa, negli ultimi trent’anni il tessuto urbano e sociale è cambiato tantissimo. Quando ero bambino, tutta l’area chiamata “la goccia” ovvero il territorio attorno al gasometro e alla stazione Nord dei treni era praticamente un quartiere fantasma, una distesa immensa di fabbriche e aziende (prevalentemente legate al polo chimico) abbandonate. Ricordo che per noi bambini era un paradiso, giocavamo tra ospedali e fabbriche abbandonate tutto il giorno, ma era anche un posto abbastanza pericoloso e purtroppo diversi brutti fatti di cronaca nera ce lo ricordano (sto scrivendo una quadrilogia di racconti dedicata proprio ad uno di questi posti abbandonati, ma questa è un’altra cosa che rientra nel campo delle mie “passioni amatoriali”). Poi è arrivata l’università (la nuova sede del politecnico) e da lì le cose hanno iniziato lentamente a cambiare. La maggior parte dei terreni è stata bonificata, le fabbriche abbattute e il quartiere ha cambiato faccia.

Tornando ad una visione più generale, uso una frase un po’ banale, ma che trovo riassuma perfettamente il mio modo di vedere la città. Milano ti dà tanto (arte, concerti, eventi, opportunità lavorative), ma ti toglie anche tanto in qualità della vita (traffico perenne, inquinamento, costo della vita elevato). In particolare, soffro tanto il traffico. Trovo assurdo perdere ore e ore imbottigliato in colonne e rallentamenti. Tutto sommato Milano è una metropoli piccola, piatta, perfetta appunto per la bici. Ho la fortuna di avere lo studio poco distante da casa e anche il locale non era lontanissimo, per cui nella maggior parte dei miei spostamenti mi muovo a piedi. Diversamente preferisco comunque usare la bicicletta.

Cosa ne pensi del fatto che girando per il centro di Milano sembri di essere nel set di “La città verrà distrutta all’alba” mentre fuori dal centro sembra che la vita continui normalmente?

Sicuramente la Milano “post lock down” è cambiata. Come dicevo prima lo smart working ha svuotato le zone più centrali della città, quelle a prevalenza di uffici. Di per sé già questo cambiamento porta con sé tutta una serie di effetti a catena. Come già detto prima bar e ristoranti si svuotano o chiudono. Stesso discorso per gli hotel abituati alle affluenze del business e del turismo che sono stati azzerati o quasi dal virus.

Per forza di cose quindi il “fermento” che ha caratterizzato per anni il centro si è in parte ridistribuito nelle periferie, nelle zone che prima si svuotavano per via del fatto che la gente si muoveva verso gli uffici e le zone più centrali. Anche la paura sta giocando un ruolo chiave. C’è chi non vede l’ora di ributtarsi nella folla degli aperitivi e delle cene “all’ombra della Madonnina” e c’è chi invece preferisce ancora evitare gli assembramenti delle “vie dello shopping” e muoversi e spendere appunto all’interno del proprio quartiere.

Ho notato comunque un cambiamento in positivo delle periferie già prima del lock down, anche nel modo di fare business, soprattutto della grande distribuzione. Si sta cercando di rendere i quartieri periferici completi e vivibili di tutto. È un esperimento che altre grandi città europee stanno portando avanti da parecchio, nel tentativo di ridurre la mobilità (e il disagio che ne consegue) ad un raggio di pochi chilometri. Le edicole ad esempio si attrezzano e diventano punti dove richiedere certificati del comune, la grande distribuzione studia format e apre corner “altamente inurbati” per permettere la spesa quotidiana senza la necessità di usare l’auto. Imprenditori coraggiosi provano a riaprire il “negozietto sotto casa” (attenzione però alle trappole “radical chic” dove un cespo di insalata ti costa come un week end al mare!).

Tutto ciò porta appunto a vivere di più la periferia a discapito del centro.

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Prossimo progetto che hai in serbo?

Da diverso tempo sto lavorando molto per un grosso marchio per cui mi occupo dell’allestimento grafico dei negozi e delle nuove aperture. Ho iniziato poi a collaborare con un nuovo brand streetwear per cui disegno grafiche per le loro collezioni, la prima uscirà proprio adesso per l’autunno inverno 20-21, oltre a parecchie collaborazioni meno continuative. Tempo per pensare a qualcosa di nuovo ne ho quindi poco, anche se, come dicevo prima, mi piacerebbe pensare a come rimettere in pista Rock Burger quanto prima. Durante il lock down ho scritto parecchio per quella serie di racconti che una volta terminati vorrei cominciare a proporre per un eventuale pubblicazione. Mi piacerebbe anche ripensare ad un marchio tutto mio, ma i tempi sono cambiati e non penso sia il momento giusto, anche nell’ottica della vendita online. Ho finito da poco lo studio nella casa che ho ad Arco, in Trentino, quindi mi godo l’alternanza tra Milano e il nuovo studio. Lascio stimolarmi intanto dalle proposte che mi arrivano.

Leggi anche la precedente intervista della rubrica Bella Milano

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