Indagine della Procura di Milano mette sotto accusa pratiche produttive nel settore del lusso: orari estenuanti, lavoro irregolare e margini di profitto amplificati

La Procura di Milano ha avviato un’azione giudiziaria che ha riportato all’attenzione pubblica il tema del caporalato nella filiera della moda. L’inchiesta, coordinata dai pm Paolo Storari e Daniela Bartolucci, ha portato al controllo giudiziario di due imprese e all’iscrizione nel registro degli indagati di persone fisiche tra cui Andrea Dini, noto per il legame familiare con il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana.
Le verifiche hanno preso il via dopo perquisizioni in opifici e hanno portato al sequestro di capi riconducibili a marchi rilevanti nel panorama del lusso.
L’attività investigativa, iniziata con accertamenti sul territorio e con verifiche documentali, descrive una complessa rete produttiva in cui si intrecciano realtà industriali e laboratori. Secondo il decreto di controllo, emerge una presunta politica aziendale che avrebbe tollerato o favorito pratiche di sfruttamento per ridurre i costi di produzione. Nei provvedimenti si sottolinea come tali pratiche avrebbero consentito margini estremamente elevati nella vendita al dettaglio rispetto ai costi di fabbricazione.
L’inchiesta e le misure cautelari
I magistrati hanno disposto il controllo giudiziario d’urgenza per la Dama spa e per Alberto Aspesi & C. spa, aziende coinvolte nella catena produttiva. Il provvedimento contiene ricostruzioni sulle condizioni lavorative negli opifici e sulle modalità operative che avrebbero portato allo sfruttamento di manodopera. Nel documento vengono richiamati anche comportamenti lesivi del rispetto della privacy e violazioni dello Statuto dei lavoratori, oltre a lacune in materia di sicurezza sul lavoro. Le misure saranno valutate da un giudice entro i termini previsti dalla normativa processuale.
Chi sono gli indagati e le società coinvolte
Tra gli indagati figurano amministratori e responsabili di fatto di opifici a conduzione straniera, il presidente del consiglio d’amministrazione di una delle società e Andrea Dini. Le società coinvolte, oltre a Dama spa (titolare del marchio Paul&Shark), comprendono Alberto Aspesi & C. e altre realtà cui sono stati contestati ruoli attivi nelle pratiche investigative. Va ricordato che Dini era già stato parte di un’altra vicenda pubblica, essendo stato prosciolto nel maggio 2026 nell’ambito del cosiddetto “caso camici”.
Le accuse e le condizioni dei lavoratori
Nel cuore delle contestazioni c’è la presunta assunzione e l’impiego di persone in una condizione di debolezza economica e amministrativa, definite nel provvedimento come lavoratori in stato di bisogno. Secondo gli accertamenti, queste persone avrebbero lavorato fino a sette giorni alla settimana con turni estesi, retribuzioni inadeguate rispetto ai contratti collettivi e prassi che avrebbero violato i diritti fondamentali. Vengono inoltre descritti alloggi ricavati abusivamente, privi di adeguata areazione e luce naturale, e forme di sorveglianza che avrebbero intaccato la tutela della privacy dei dipendenti.
Esempi economici e margini di guadagno
La Procura ha ricostruito alcuni esempi di prezzo per rendere evidente il divario tra costi di produzione e prezzo finale. Tra i casi citati, un capo come il car coat reversibile sarebbe costato alla produzione circa 107 euro e veniva immesso sul mercato a quasi 1.945 euro; il giubbotto typhoon mostrerebbe un costo di fabbricazione intorno a 74 euro con vendita finale a 569 euro. Questi esempi vengono utilizzati dall’accusa per spiegare come l’abbattimento dei costi del lavoro possa aver favorito margini di profitto molto elevati per i marchi coinvolti.
Reazioni pubbliche e sviluppo del caso
La vicenda ha suscitato dichiarazioni pubbliche. Il presidente della Regione, Attilio Fontana, ha risposto limitandosi a rinviare a dichiarazioni del proprio congiunto: «chiedete a mio cognato» ha detto, sostenendo che Andrea Dini saprà dimostrare la propria innocenza e lamentando l’abbinamento mediatico del proprio nome alla vicenda. Sul fronte investigativo, le indagini proseguono con acquisizioni documentali, audizioni e verifiche ispettive: nelle fasi successive si attendono decisioni del Gip e ulteriori esiti sulle contestazioni sollevate.
Il fascicolo mantiene implicazioni importanti per il mondo produttivo del settore moda: se confermate, le accuse delineano uno schema che mette in relazione pratiche di subfornitura, gestione del personale e strategie di prezzo. Per questo motivo l’attenzione rimane alta sia sul piano giudiziario sia su quello dell’opinione pubblica, con possibili ripercussioni sulla governance delle società coinvolte e sull’organizzazione della filiera produttiva.





