Un viaggio tra biografie, pratiche artistiche e il calendario espositivo della Fondazione ICA Milano che mette al centro interdisciplinarità e partecipazione

Nella scena dell’arte contemporanea italiana e internazionale si intrecciano storie individuali e progettualità istituzionali. Questo articolo racconta tre percorsi creativi distinti — Marc Camille Chaimowicz, Dozie Kanu, Giovanni Stefano Ghidini — e li mette in relazione con la missione e la programmazione della Fondazione ICA Milano.
Attraverso biografie sintetiche e una panoramica delle mostre principali, emerge il filo che lega pratica, ricerca e rapporto con il pubblico.
Ogni ritratto mette in luce scelte formali, materiali e spaziali, mentre la sezione dedicata all’istituzione esplicita l’approccio curatoriale e le attività che definiscono l’identità dell’Istituto. L’obiettivo è offrire una visione d’insieme che valorizzi sia gli aspetti biografici sia le traiettorie espositive, ponendo l’accento su interdisciplinarità e ricerca come elementi chiave.
Gli artisti: tre percorsi a confronto
Marc Camille Chaimowicz (1947, Parigi – 2026, Londra) ha costruito una pratica che fonde vita e opera, trasformando lo spazio domestico in scena creativa. Formatosi a Londra tra Ealing, Camberwell e la Slade School of Art, ha sperimentato il rapporto tra esposizione e routine quotidiana, mettendo in scena ingressi, arredi e momenti di convivialità. Dopo aver praticato performance e azioni relazionali, la sua scelta di progettare l’interno dell’appartamento in Approach Road fra il 1975 e il 1979 ha segnato una fase in cui ogni elemento — carte da parati, tende, video — è pensato su misura per creare rêverie e atmosfera. Negli anni Ottanta i suoi décor approdano nelle istituzioni museali, consolidando la sua fama internazionale.
La casa come palcoscenico
Per Chaimowicz la casa non è solo contenitore: diventa laboratorio estetico ed esperienziale. L’uso di oggetti quotidiani e la cura dei dettagli trasformano l’abitare in pratica artistica, una strategia che rinegozia i confini fra arte, design e vita privata.
Forme, materiali e diaspora: Dozie Kanu
Dozie Kanu (1993, Houston, Texas) è un artista nigeriano-americano che opera oggi a Santarém, in Portogallo. Diplomato alla School of Visual Arts di New York nel 2016 e partecipante al Maumaus Independent Study Program di Lisbona nel 2026, Kanu lavora sul confine tra arte e design, impiegando materiali riciclati e oggetti trovati per creare forme che rimandano a funzioni domestiche o utilitarie. Il suo linguaggio visivo è profondamente autobiografico e dialoga con riferimenti alla cultura pop e alle storie materiali della diaspora africana. Le sue opere, pur sfuggendo a categorizzazioni rigide, sono al tempo stesso oggetti funzionali, segni comunicativi e attori performativi, presenti in contesti espositivi internazionali che includono istituzioni e programmi curatoriali di rilievo.
Mostre e riconoscimenti recenti
Tra le presentazioni istituzionali di Kanu figurano “Cloud Chronicles” alla LUMA Foundation di Arles (2026); “Supermöbel” al Kölnischer Kunstverein di Colonia (2026); la trilogia “Hoi Köln” al Kölnischer Kunstverein (2026); “Sommerausstellung” alla Fondation Beyeler di Riehen (2026); “Conversation Pieces” allo SFMOMA di San Francisco (2026); il progetto pubblico “Black Atlantic” commissionato dal Public Art Fund per il Brooklyn Bridge Park di New York (2026); e mostre personali e collettive come “FUNCTION” allo Studio Museum in Harlem (2019) e contributi in manifestazioni europee e nordamericane fino al 2026.
La pratica di Giovanni Stefano Ghidini
Giovanni Stefano Ghidini (1957, Urago d’Oglio) è fotografo autodidatta con una carriera iniziata nella moda e nello spettacolo a Milano negli anni Ottanta. Dopo un periodo negli Stati Uniti, trova a Chinatown, New York, il suo spazio ideale che è insieme casa, studio e laboratorio. La sua esplorazione visiva ha attraversato il medium del cortometraggio — il corto Venceremos del 1998 è stato selezionato a Sundance, London Film Festival e Locarno — per poi tornare alla fotografia in una sintesi dove immagine, scultura e orticoltura convivono in progetti maturati nell’arco di oltre venticinque anni.
Fondazione ICA Milano: missione e programmazione
La Fondazione ICA Milano è un ente privato non profit diretto da Alberto Salvadori, nato nell’ex area industriale di via Orobia a Milano. L’istituto si definisce come un luogo dedicato a ricerca, sperimentazione e incontro tra artisti, collezionisti e professionisti. Le sue attività comprendono mostre, editoria, ceramica, cinema, performance, musica, letteratura, seminari e programmi educativi, con una chiara attenzione alla dimensione pubblica e alla cultura del give back. L’orizzonte curatoriale di ICA è interdisciplinare e transmediale, mirando a rendere la fruizione un atto di partecipazione condivisa.
Calendario espositivo recente e futuro
Negli anni la Fondazione ha ospitato numerose esposizioni: nel periodo 2019-2026 mostre come “Apologia della Storia – The Historian’s Craft” a cura di Alberto Salvadori e Luigi Fassi (2019), “Hans Josephsohn” a cura di Alberto Salvadori (2019), progetti come “Galleria dell’Ariete. Una storia documentaria” a cura di Caterina Toschi, e rassegne tematiche quali “Equivalenze” e “Verso Nuovi Canoni” (2019). Tra il 2026 e il 2026 spiccano “Charles Atlas OMINOUS, GLAMOROUS, MOMENTOUS, RIDICULOUS” (2026), “Michael Anastassiades. Cheerfully Optimistic about the Future” (2026-22), “Simone Fattal. A breeze over the Mediterranean” (2026-22), e una serie di personali e collettive con artisti come Miriam Cahn, Annette Kelm, Riccardo Benassi, Chemutai Ng’ok, Nathlie Provosty, Aziz Hazara, Rebecca Moccia, Leda Catunda, Camille Henrot e Michael Stipe (12 dicembre 2026 – 16 marzo 2026).
Il programma 2026-2026 include proposte come Erika Verzutti e Formafantasma (10 aprile – 19 luglio 2026), Tomoo Gokita e Stefano Graziani con OFFICE Kersten Geers David Van Severen (3 ottobre – 30 novembre 2026), Augustas Serapinas (12 dicembre 2026 – 15 marzo 2026), e una serie di appuntamenti del 2026 che vanno da Birgit Jürgenssen e Cinzia Ruggeri curate da Maurizio Cattelan e Marta Papini (16 gennaio – 15 marzo 2026) a Jasper Morrison e mostre collettive e personali prolungate fino al 7 marzo 2026, confermando la volontà dell’istituto di offrire una programmazione densa e diversificata.





