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Alta moda, le borse false dei "Vù cumprà" vendute anche nelle boutique

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di Manuela Gatta 

La prossima volta che in metro vedrete una borsa di Prada o di Gucci sulle lenzuola bianche dei venditori ambulanti, pensate che potrebbe essere vera come la vostra, se ne avete comprato una. E magari costa solo 25 euro.

Non stiamo scherzando, potrebbe accadere che la vostra borsa, acquistata in un negozio griffato e con tanto di scontrino, non sia proprio autentica. E che magari faccia parte dello stock degli 85 mila falsi sequestrati la settimana scorsa e destinati ad alcune boutique milanesi.

Alla testa dell’organizzazione c’era Vijav S., indiano residente ad Opera, insieme a lui un gruppo di napoletani legati alla camorra e al traffico di sigarette di contrabbando che gestivano il mercato dei falsi di abbigliamento, smistandoli nei negozi griffati della capitale della moda italiana.

Felpe, t-shirt e borse le più richieste, le comunicazioni ufficiali su Skype, telefono via Internet così da rendere impossibile l’intercettazione e poi il passo falso su messenger, e così sono stati scoperti.

Il bottino: borse, giacche, piumini con etichette già stampate e identici agli originali, già pronti per arrivare nei negozi. Sul mercato avrebbero fruttato 2 milioni di euro, e solo grazie all’intervento della Guardia di Finanza l’immissione sul mercato è stato sventata.

I trafficanti si incontravano per scambiarsi le informazioni su luoghi, date e quantità di merce per le consegne. La merce arrivava dalla Cina, dall’India e dal Bangladesh e arrivava poi nei porti del Nord Europa, Anversa ed Amburgo. Da lì poi venivano smistati nei magazzini di Milano, fino ad arrivare forse, e qui sarà contento chi non ci ha mai fatto acquisti, in via Montenapoleone.

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