L’Arthur Miller torna a far parlare la sua voce sulla scena milanese con un affresco corale che ricorda le tensioni della Grande Depressione. Il nuovo L’orologio americano, messo in scena al Teatro dell’Elfo, è una fusione di dramma sociale e spettacolo di cabaret, capace di collegare l’epoca del 1929 a riflessioni contemporanee. Sotto la direzione di Elio De Capitani, la pièce si presenta come un teatro totale, dove le scene si alternano tra luci spettacolari, costumi elaborati e una colonna sonora dal vivo che avvolge lo spettatore.
Il progetto nasce da una volontà di ricreare l’intensità di quegli anni di crisi con una prospettiva moderna. La traduzione di Cristina Viti conserva il linguaggio crudo dell’originale, mentre l’arrangiamento musicale di Mario Arcari accompagna la narrazione con brani originali eseguiti in tempo reale, sottolineando la delicatezza dei momenti emotivi e la brutalità delle lotte quotidiane.
Una giostra di personaggi nella crisi del 1929
Il fulcro della storia ruota attorno a Lee Baum, un narratore la cui famiglia vede il proprio benessere svanire a seguito del crollo della Borsa di New York. L’intera produzione dipinge una folla di cittadini provenienti da ogni angolo degli Stati Uniti, ognuno dei quali incarna un aspetto diverso della disgregazione economica e dell’incertezza esistenziale. Il pubblico incontra imprenditori falliti, disoccupati, prostitute, tassisti, e persino un fascista, tutti inseriti in un contesto che ricorda un circense cabaret.
Lee Baum, il simbolo della caduta dei privilegi
Lee, interpretato da Gabriele Pizzurro, rappresenta l’archetipo del sogno americano infranto. La sua evoluzione, dall’adolescente spensierato al adulto disilluso, è narrata attraverso scene che si susseguono con rapidità, quasi come una serie di tavole di un fumetto. L’attore riesce a trasmettere la speranza che si smorza, il senso di colpa per l’aver goduto di privilegi per poi perdere tutto, rendendo il personaggio una persona simbolica per ogni spettatore.
Il lavoro creativo dietro il sipario
Una delle colonne portanti dello spettacolo è la straordinaria collaborazione tra Carlo Sala e l’Accademia di Brera per la creazione di scenografie, costumi e maschere. Le scenografie, costruite da Tommaso Frigerio, evocano un mondo quasi surreale, dove il palco si trasforma in un vero e proprio circo-cabaret, pieno di bagliori di neon e strutture in legno consumate dal tempo. I costumi, realizzati da sarti emergenti come Lorenzo Talamonti e Aurora Torre, trattano tessuti riciclati per rendere visivamente la povertà e la decadenza.
Scenografie e costumi firmati Carlo Sala e Accademia di Brera
Il lavoro di Carlo Sala si manifesta nella capacità di trasformare semplici elementi di scena in simboli potenti. Le maschere, curate dalla classe di trucco e maschere della prof.ssa Donatella Mondani, conferiscono ai personaggi un’aspetto quasi archetipico, rendendo evidente la loro appartenenza a una collettività più ampia. L’utilizzo di luci, affidato a Nando Frigerio, accompagna il cambiamento di umore, passando da toni caldi di speranza a sprazzi di bianco-nero di disperazione.
Il cast giovane e la performance musicale dal vivo
Il cuore pulsante dello spettacolo è costituito da un ensemble di 18 giovani attori della Compagnia dell’Accademia, che interpretano più di 50 personaggi. Tra loro, Angelica Barelli (Arthur Robertson giovane), Alessandro Buono (Jesse Livermore) e Laura Cestaro (Rose Baum) offrono interpretazioni intense e variegate. La musica dal vivo, suonata da Mario Arcari al pianoforte, si intreccia con il dialogo, creando momenti di sinergia tra suono e parola, rendendo ogni scena un’esperienza multisensoriale.
Il risultato è una produzione che non solo ricrea la crisi del 1929, ma la reinterpreta attraverso una lente contemporanea, dimostrando che i temi di Arthur Miller rimangono eternamente attuali. Il pubblico milanese ha l’opportunità di vivere un teatro totale, dove storia, musica e arte visiva si fondono in un unico grande spettacolo collettivo.



