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Covid, tutti gli scandali di Regione Lombardia nel gestire l’emergenza

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Dall'inchiesta sui camici alle morti nelle Rsa, quanti sono gli scandali che la Regione Lombardia ha dovuto affrontare con la gestione dell'emergenza?

Quando venne eletta nell’ormai lontano 2018 l’attuale giunta regionale della Lombardia sembrava fosse quasi inscalfibile a eventuali scandali, forte del largo consenso che ruotava intorno al segretario della Lega Matteo Salvini e che aveva contribuito alla vittoria di Attilio Fontana con ampio margine.

Con l’avvento della pandemia di coronavirus e della conseguente emergenza sanitaria però, tutte le criticità sulla gestione della cosa pubblica che fino a quel momento erano rimaste nell’ombra hanno iniziato a emergere una dopo l’altra, evidenziando una situazione ben lontana dall’immagine dell’eccellenza leghista da sempre propagandata dal Carroccio.

Lombardia, tutti gli scandali della Regione

Eravamo ancora nel picco della prima ondata quando la prima tegola cadde rumorosamente sulla testa di Attilio Fontana e dell’assessore al Welfare Giulio Gallera: sotto inchiesta fini infatti la decisione da parte della Regione di destinare alle Rsa pazienti affetti da coronavirus, ricavando appositi padiglioni Covid all’interno delle strutture che presentavano le caratteristiche per ospitarli.

La scelta tuttavia si rivelò infausta, a seguito dell’emersione di numerosi focolai di coronavirus proprio all’interno delle case di riposo e conseguente morte di decine di anziani.

A tal proposito il presidente Fontana si era difeso affermando che tale decisione era stata presa dai tecnici della regione: “Sono stati i nostri tecnici che ci hanno fatto la proposta e noi ci siamo adeguati. […] Abbiamo fatto una delibera che è stata proposta dai nostri tecnici ed esperti che ci hanno detto che a determinate condizioni [cioè con] reparti completamente separati dal resto della struttura e addetti dedicati esclusivamente a malati Covid, la cosa si poteva fare”.

Sul perché siano fossero state scelte proprio le case di riposo come luogo per ospitare i contagiati, Fontana ha scaricato la responsabilità sulle Ats.

Le mascherine “pannolino”

Ulteriore crepa nella gestione dell’emergenza sanitaria è stata quella relativa alle celebri “mascherine pannolino”, commissionate dalla Regione all’azienda Fippi di Rho durante le prime fasi della pandemia lo scorso marzo e mai distribuite alla popolazione. Secondo quanto denunciato a luglio dal consigliere regionale del Pd Pietro Bussolati infatti, oltre 18 milioni di mascherine in Tnt (il cosiddetto tessuto non tessuto) giacevano ancora nei magazzini della Regione chiuse negli scatoloni.

Uno spreco di ben 8 milioni di euro per delle mascherine che dato il loro utilizzo sono state in seguito donate in parte ad Areu e in parte al Kazakistan, per di più ripagandole ad Aria Spa come denuncia lo stesso Bussolati: “Si vergognano di dare la mascherine pannolino di cui un tempo si vantavano agli operatori sanitari, cercano di spedirle altrove e ora i contribuenti lombardi sono costretti a ripagarle ad una partecipata della Regione stessa.

L’inchiesta sui camici

Con l’arrivo dell’estate e il rallentamento dell’epidemia si sperava che anche in Lombardia la situazione dal punto di vista politico -giudiziario potesse mitigarsi, ma ecco che alla fine di luglio arriva invece l’inchiesta si di una partita di camici che la Regione avrebbe commissionato a metà aprile a un’azienda di proprietà di Andrea Dini, cognato del presidente Fontana. Successivamente, lo stesso Dini aveva deciso di trasformare la vendita dei camici e dei Dpi in una donazione annullando le fatture emesse tra il 22 e il 28 maggio; una mossa che secondo i giornalisti di Report è stata attuata da Dini quando hanno iniziato a fare troppe domande in merito alla questione dei camici. Per la vicenda dei camici, attualmente Fontana è indagato con l’accusa di frode in pubbliche forniture.

Le consulenze alla figlia di Fontana

È del mese di ottobre invece il secondo scandalo che ha colpito direttamente la famiglia del presidente Fontana, con la notizia secondo la quale la figlia Maria Cristina avrebbe svolto una serie di consulenze legali per diverse Aziende sanitarie lombarde e per l’ospedale Sacco di Milano a partire da quando il padre è stato eletto alla guida della regione e anche durante i mesi dell’emergenza sanitaria.

Si fa sempre più concreta pertanto l’ombra del conflitto d’interessi per il presidente, tenendo inoltre conto del fatto che 29 aprile 2020 la direttrice generale dell’Asst Nord Milano Elisabetta Fabbrini inserisce Maria Cristina Fontana nei due elenchi di avvocati a cui rivolgersi in caso di “medical malpractice” e “diritto fallimentare e procedure concorsuali”. È da ricordare infatti come sia la nomina della direttrice Fabbrini che quella del direttore generale del Sacco Alessandro Visconti sono state fatte proprio dalla giunta regionale.

I vaccini antinfluenzali

L’ultimo scandalo in ordine di tempo è quello inerente alla carenza di vaccini antinfluenzali per la campagna vaccinale 2020/2021, con sole due milioni e mezzo di dosi pervenute e fronte di un fabbisogno regionale di circa cinque milioni. Nonostante le direttive del governo raccomandassero di far partire la campagna vaccinale entro i primi di ottobre, i medici di famiglia della Lombardia hanno potuto prenotare le prime dosi del vaccino antinfluenzale soltanto il 19 ottobre, peraltro il quantità esigue rispetto al reale fabbisogno che prevede la somministrazione prioritaria alle fasce più a rischio della popolazione.

A questo si aggiunge la grande quantità di bandi aperti da Aria (la centrale acquisti della Regione) per cercare di reperire i vaccini. Il dodicesimo e ultimo di questi è stato aperto lo scorso 28 ottobre per essere chiuso soltanto 24 ore dopo, con l’offerta per la consegna di 150mila dosi di vaccino arrivata da una società di Bolzano che gestisce studi dentistici.

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