Leonardo Manzan si espone come opera per mettere in luce il mercato dell'arte, l'autofiction e la spettacolarizzazione del sé

Nel cuore della contemporaneità teatrale, Uno spettacolo di Leonardo Manzan si presenta come un progetto che miscela performance installativa e satira corrosiva. L’azione scenica pone l’autore al centro letterale dell’opera: nudo su un piedistallo, osservato da una guida museale e sorvegliato da una figura immobile, Manzan non interpreta un ruolo lontano dalla sua identità ma si configura come opera vivente.
L’effetto è quello di una galleria messa in scena, dove il pubblico ascolta una audio-guida con la voce dell’artista e viene progressivamente chiamato a partecipare, fino a un’asta finale che mette in vendita pezzi della sua vita performativa.
Il dispositivo scenico smaschera la tendenza contemporanea all’autoreferenzialità: tra ironia e invettiva, lo spettacolo costruisce una diagnosi sul fenomeno dell’autofiction nell’arte, denunciando come la vita privata venga spesso mercificata in nome del brand personale. L’approccio di Manzan si inserisce nella scia delle sperimentazioni postdrammatiche e performative, evocando riferimenti storici e artistici, da Piero Manzoni a pratiche performative più recenti, ma trasformandoli in un discorso critico rivolto al pubblico presente in sala e a chi utilizza il teatro come vetrina di sé.
Struttura e linguaggio dello spettacolo
La rappresentazione è concepita come una visita in mostra: l’artista rimane immobile su un basamento che ricorda i supporti espositivi del mondo dell’arte, mentre la progressione drammaturgica nasce dall’accumulo di dettagli biografici offerti dalle audio-guide. La ripetizione di aneddoti e la cantilena autocelebrativa si trasformano in comico dissacrante, fino a ribaltare l’ammirazione in scherno. I riferimenti alle precedenti produzioni di Manzan, come Cirano deve morire (biennale 2018) e Glory Wall (biennale 2026), funzionano da specchio: l’autore, vincitore alla Biennale di Venezia con entrambe le opere, riflette sul prezzo della fama e sull’ansia di restare al vertice.
Dispositivi scenici e partecipazione
L’uso delle cuffie trasforma gli spettatori in fruitori attivi di un testo parallelo: la voce narrante propone una biografia iperbolica che esalta il genio dell’artista, mentre sul piano pratico la platea è progressivamente coinvolta in un gioco di etichettamento sociale. Con istruzioni che richiamano performance urbane già note, la regia chiede al pubblico di salire sul palcoscenico, di rispondere a provocazioni e di essere valutato in base a criteri che spaziano dal reddito alle relazioni personali. Questo passaggio finale culmina in un’asta in cui tutto, compreso il corpo dell’artista, viene reso merce: un atto emblematico contro la mercificazione dell’esperienza estetica.
Simboli, citazioni e riferimenti storici
La messinscena richiama esplicitamente opere e pratiche del Novecento: la figura che gonfia palloncini e la distribuzione di caramelle alludono a Fiato d’artista e ad altre provocazioni di Piero Manzoni, mentre il piedistallo rimanda al concetto di arte come valore imposto dal contesto espositivo. Queste citazioni non sono esercizi filologici ma strumenti critici: suggeriscono che il mercato dell’arte può elevare all’icona chiunque sia disposto a farsi vedere e a farsi consumare. Il parallelo con la performance art più radicale mette in luce il paradosso di una platea che pretende autenticità pur partecipando a un rituale costruito per essere venduto.
La satira come strumento
Manzan adotta un registro che alterna ironia tagliente e momenti di imbarazzo scenico per smontare il mito dell’artista divino. La perdita progressiva di capelli, la postura statuaria e la voce biografica diventano elementi di una comicità amara che invita a riflettere sulla vanità e sull’insicurezza dietro la maschera del successo. In questo senso la satira diventa palestra critica: fornisce al pubblico gli strumenti per riconoscere le dinamiche che trasformano talenti in marchi, senza rinunciare a un’esperienza teatrale coinvolgente.
Contesto dell’autore e informazioni pratiche
Leonardo Manzan, nato nel 1992 e diplomato alla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi nel 2015, ha ottenuto riconoscimenti importanti: la biennale del 2018 per Cirano deve morire e il premio come miglior spettacolo alla Biennale Teatro di Venezia nel 2026 per Glory Wall. Uno spettacolo di Leonardo Manzan è prodotto da La Fabbrica dell’Attore-Teatro Vascello e vede in scena Manzan con Beatrice Verzotti; le immagini di scena sono firmate da Jacopo Salvi. La durata indicativa è di un’ora e la performance è stata programmata in diverse sedi, tra cui il Nuovo Rifredi Scena Aperta a Firenze e il Teatro Bonci di Cesena dove è prevista nelle giornate dell’11 e 12 marzo 2026, nell’ambito della rassegna “L’altro sguardo”.
Laboratori e approfondimenti
Accanto allo spettacolo, Manzan conduce il laboratorio La camera dell’eco, pensato per indagare come le idee si amplificano in spazi chiusi e come il teatro possa liberarsi da meccanismi di rassicurazione. In occasione della tournée sono state programmate sessioni pratiche e restituzioni aperte al pubblico, che offrono un’occasione per discutere in modo diretto le tematiche affrontate in scena e per sperimentare forme alternative di relazione tra autore e comunità artistica.





