In un processo a Milano alcuni accusati di insulti via social a Liliana Segre hanno scelto risarcimenti e scuse per evitare il procedimento o puntano alla messa alla prova

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Nei corridoi del Tribunale di Milano si è svolta una prima udienza pre-dibattimentale collegata a uno dei filoni di una più ampia indagine su insulti e minacce online rivolti a Liliana Segre. Otto persone erano chiamate a rispondere di diffamazione aggravata dall’odio razziale; tre di loro hanno già risolto la propria posizione tramite lettere di scuse e versamenti effettuati alla Fondazione Memoriale della Shoah.
Alcuni imputati hanno manifestato la volontà di chiudere il capitolo giudiziario offrendo risarcimenti economici variabili e proponendo di svolgere lavori di pubblica utilità, mentre altri hanno preferito proseguire con il processo, scegliendo il rito abbreviato. La vicenda si inserisce in una maxi inchiesta partita nell’aprile 2026, che ha coinvolto decine di account sui social.
Accordi extragiudiziali e remissione delle querele
Tre degli otto imputati hanno ottenuto il non doversi procedere grazie alla remissione delle querele: questi soggetti hanno inviato lettere di scuse formali e hanno già effettuato donazioni alla Fondazione Memoriale della Shoah. Tale esito comporta l’uscita dal procedimento per coloro che hanno soddisfatto integralmente la parte lesa e il relativo avvocato, che ha agito come parte civile.
La logica della composizione
La strada della composizione privata è spesso impiegata nei casi di diffamazione online per ridurre tempi e contenziosi. In questo scenario, le scuse scritte e i versamenti sono stati intesi come forme di riparazione materiale e simbolica nei confronti della senatrice a vita, che da anni lavora per la memoria dell’Olocausto. L’accordo ha portato a una rapida definizione per alcuni imputati, evitando così il processo penale.
Richieste di messa alla prova e criteri del tribunale
Quattro degli imputati hanno chiesto l’ammissione all’istituto della messa alla prova, opzione che prevede l’esecuzione di attività socialmente utili e il versamento di somme concordate; se portata a termine, la misura può estinguere il reato. Le proposte economiche hanno coperto una forbice che va da 500 fino a 2.000 euro, a seconda delle disponibilità dichiarate dagli imputati.
Valutazione delle attività proposte
La giudice ha posto limiti alle tipologie di enti presso cui poter svolgere i lavori di pubblica utilità: un’associazione politicamente schierata è stata considerata inadeguata, mentre sono stati preferiti enti che si occupano di assistenza sociale, come Caritas o altri servizi per i bisognosi. Questo orientamento riflette l’esigenza di evitare che l’esecuzione della pena assuma connotati politici invece che di reinserimento sociale.
Profili economici e testimonianze in aula
Tra gli imputati che hanno richiesto la messa alla prova sono emersi profili di difficoltà economica: un difensore ha riferito che il proprio assistito è un pensionato e può permettersi al massimo 500 euro di risarcimento; un altro ha spiegato di vivere con una pensione di invalidità molto ridotta, dichiarando di raccogliere quanto possibile per contribuire alla riparazione.
La valutazione del tribunale dovrà tenere conto di queste condizioni al prossimo incontro di udienza, fissato per il 9 aprile, quando gli interessati dovranno dimostrare di aver effettivamente versato le somme promesse, inviato le lettere di scuse e individuato gli enti per svolgere i lavori di pubblica utilità.
Il quadro più ampio: la maxi inchiesta e implicazioni
L’udienza a Milano è solo una parte di un’indagine che ha interessato numerosi account sui social: nel provvedimento del gip emerso durante l’istruttoria si faceva riferimento a 86 profili che avevano rivolto insulti alla senatrice, e per una ventina di persone è stata fissata un’udienza preliminare. Alcuni casi hanno già portato alla citazione a giudizio di soggetti collegati a movimenti No vax e altre formazioni.
Il gip ha sottolineato come definire una sopravvissuta ai campi di sterminio con epiteti che rimandano al nazismo costituisca una forma di diffamazione aggravata dalla finalità discriminatoria: un’offesa che colpisce tanto la verità storica quanto la persona che da decenni testimonia gli orrori dell’Olocausto.
Prospettive e riflessioni
La scelta tra rimessione della querela, messa alla prova o processo assume rilevanza non solo per gli imputati, ma anche per il messaggio che il sistema giudiziario intende trasmettere sulla lotta all’odio razziale online. Le soluzioni concordate possono accelerare la riparazione e la tutela della vittima, ma il percorso giudiziario rimane fondamentale per chiarire responsabilità e prevenire ulteriori abusi.
Al di là degli esiti singoli, la vicenda mette in evidenza la complessità di fronteggiare la diffusione di contenuti d’odio sui social e l’importanza di strumenti giuridici e civili per proteggere la memoria storica e la dignità delle persone coinvolte.





