due trovati senza vita in punti diversi della città in 24 ore: le autorità indagano mentre cresce la preoccupazione per chi vive all'aperto

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Milano è tornata sotto i riflettori per la drammatica sequenza di decessi tra le persone senza dimora: nei giorni del 13 e del 14 febbraio 2026 sono stati segnalati due casi distinti che hanno riportato l’attenzione sulla condizione di chi vive in strada.
Il primo episodio è emerso nel tardo pomeriggio del 13/02/2026, quando alcuni passanti hanno rinvenuto un corpo in via Pecetta, sotto il cavalcavia Adriano Bacula, mentre il secondo caso è arrivato la sera del 14 febbraio 2026 con il trasferimento d’urgenza all’ospedale Sacco di un uomo poi deceduto.
Questi eventi si inseriscono in una serie più ampia di morti tra i clochard registrate dall’inizio dell’anno: il conteggio dei casi ha suscitato allarme tra cittadini, operatori sociali e forze dell’ordine. Dietro ogni numero c’è la vita di una persona segnata da fragilità multiple, dall’ingresso nelle reti d’aiuto spesso difficile alle condizioni meteorologiche avverse. Nel raccontare i fatti è importante distinguere i riscontri certi — come l’intervento del 118 e delle forze dell’ordine — dalle ricostruzioni preliminari in attesa degli accertamenti ufficiali.
Il ritrovamento sotto il cavalcavia
Il caso avvenuto il 13/02/2026 ha visto il ritrovamento, in via Pecetta nella zona Ghisolfa, del corpo di un uomo di 43 anni, di origine marocchina. Sono stati alcuni passanti a lanciare l’allarme e sul posto sono intervenuti gli equipaggi della polizia di Stato insieme ai mezzi del 118. Gli accertamenti iniziali hanno evidenziato che il cadavere era in stato di decomposizione, elemento che indica che il decesso risalirebbe a diversi giorni prima del ritrovamento. Le autorità hanno avviato le procedure di identificazione e le verifiche per chiarire le dinamiche del caso.
Contesto e implicazioni
Il ritrovamento sotto un cavalcavia non è un episodio isolato: rappresenta il volto più visibile di una condizione di marginalità che combina assenza di sostegno, problemi di salute non trattati e condizioni ambientali ostili. Il termine vita all’addiaccio descrive la pratica di vivere all’aperto senza protezioni adeguate; questa situazione aumenta il rischio di malori e complicanze mediche, soprattutto in inverno. Le tempistiche del ritrovamento, con segni di decomposizione, sottolineano anche le difficoltà di monitoraggio e di intervento precoce per le persone senza fissa dimora.
Il malore sugli scalini del Velodromo Vigorelli
Il secondo episodio, segnalato la sera del 14 febbraio 2026, riguarda un uomo di circa 60 anni soccorso sugli scalini di una delle entrate del Velodromo Vigorelli in via Arona. Il personale del 118 ha eseguito manovre rianimatorie e il paziente è stato trasferito al ospedale Sacco, dove è deceduto alcune ore dopo. Al momento la vittima non è stata identificata e non erano presenti documenti. Le prime rilevazioni non hanno mostrato segni evidenti di violenza: il sospetto è che il malore sia stato favorito dalle condizioni di vita precarie.
Dal punto di vista sanitario, le persone che vivono in strada manifestano una maggiore incidenza di patologie croniche non curate, dipendenze e problemi di salute mentale, elementi che aumentano il rischio di esiti fatali in caso di emergenza. Sul fronte sociale, la mancanza di una rete di supporto stabile e il ritardo nell’intervento possono trasformare situazioni gestibili in tragedie. Parole come fragilità estrema sintetizzano la congiunzione di fattori che porta a questi esiti.
Reazioni e riflessioni
A seguito dei decessi sono arrivate reazioni da parte di associazioni che lavorano con le persone senza dimora e di residenti che chiedono maggiore attenzione e interventi coordinati. L’aumento dei casi nei primi mesi del 2026 ha riaperto il dibattito sulle politiche di accoglienza, sui posti letto disponibili e sulla tempestività degli interventi di outreach. Molti operatori sottolineano la necessità di collegare l’emergenza sanitaria con percorsi di reinserimento e assistenza continua.
Le autorità competenti continuano gli accertamenti per chiarire ogni dettaglio delle singole vicende; nel frattempo resta il monito a non perdere la dimensione umana del problema: dietro ogni segnalazione c’è una storia complessa che richiede risposte integrate, che vadano oltre l’intervento emergenziale e puntino a ridurre l’isolamento e la vulnerabilità delle persone coinvolte.





