Il dibattito sull’uso di un tetto al 30% di studenti non italiani in ogni classe è tornato al centro della scena politica. La premier ha annunciato l’intenzione di trasformare in legge il limite, suscitando reazioni contrastanti da parte di genitori, dirigenti scolastici e studiosi. Ma il problema non è solo una questione di quote: dietro la concentrazione di studenti stranieri in certi istituti si nasconde un fenomeno più ampio, definito white flight ovvero la tendenza delle famiglie italiane a spostare i propri figli fuori dal quartiere di residenza.
Il fenomeno del “white flight” a Milano e nel Nord Italia
Le ricerche del Laboratorio di Politiche Sociali del Politecnico di Milano mostrano che il 56% degli alunni italiani della scuola primaria e il 57% di quelli della secondaria di primo grado frequenta un istituto diverso da quello del territorio di residenza. Questo spostamento rappresenta “il principale fattore di segregazione”, secondo il professor Costanzo Ranci. Se gli alunni fossero distribuiti secondo la residenza, meno di 10 scuole su 143 avrebbero più del 30% di studenti stranieri; la maggior parte dei casi di sovrappopolamento è infatti dovuta alla mobilità delle famiglie italiane.
Distribuzione dei ragazzi stranieri e ruolo delle scuole paritarie
In Milano gli studenti stranieri costituiscono in media il 24% della popolazione studentesca, ma in 30 scuole superano il 50% e in altrettante sono assenti. La scelta dei genitori è influenzata anche dal tipo di scuola: il 46% di chi si sposta opta per istituti paritari mentre il 54% sceglie altre pubbliche. Le paritarie, soprattutto nelle zone centrali, hanno una composizione quasi totalmente italiana, con una quota di studenti privati che può arrivare al 50%.
Dati nazionali e il vecchio tetto del 2010
Secondo il Ministero dell’Istruzione, al 31 agosto 2025 gli alunni con cittadinanza non italiana ammontano a 911.578, pari a circa il 12% del totale di 7,5 milioni di studenti. Le regioni del Nord Ovest ospitano il 38,3% di questi alunni (349.150), seguite dal Nord Est con il 25,5% (232.729). Una circolare del 2010, guidata dalla allora ministra Mariastella Gelmini, stabiliva che gli alunni con conoscenza limitata dell’italiano non dovessero superare il 30% di ogni classe, ma la sua applicazione è stata irregolare a causa delle concentrazioni territoriali.
Problemi di apprendimento e dispersione
Gli indicatori mostrano che gli alunni stranieri hanno un rischio di dispersione implicita del 22,5%, quasi il doppio rispetto al 11,6% dei coetanei italiani. Nei test INVALSI della terza media, i risultati in italiano sono inferiori di 22,6 punti e in matematica di 13,5 punti; la differenza persiste in italiano anche nei percorsi successivi. Questo andamento suggerisce che la segregazione scolastica non solo riflette ma anche amplifica le disuguaglianze socio-economiche.
Le proposte per una distribuzione più equilibrata
Ranci propone di incentivare la frequenza delle scuole più vicine al domicilio, rendendo più attraenti gli istituti attualmente evitati. Ciò richiederebbe una cooperazione tra scuole pubbliche, paritarie e autorità territoriali, con l’obiettivo di creare un sistema meno basato sulla competizione per l’attrattività. A Milano si è sperimentato un modello di accordi tra istituti del medesimo territorio per gli studenti che arrivano a metà anno; estendere questo approccio potrebbe ridurre le disparità di composizione etnica.
Il Presidente della Repubblica ha sottolineato che “la scuola è integrazione” e che la qualità dell’accoglienza scolastica influisce notevolmente sull’inserimento dei giovani stranieri nella società. Una distribuzione più equilibrata delle classi potrebbe favorire il contatto quotidiano, migliorare il rispetto reciproco e, a lungo termine, ridurre le differenze nelle scelte post-scuola, limitando l’orientamento verso percorsi tecnici o professionali da parte degli studenti più svantaggiati.



