×

Mostra sul senso della neve al Mudec con l’opera di chiharu shiota

Al Mudec, un percorso tra installazioni contemporanee, fotografie e oggetti etnografici esplora come la neve influenzi paesaggi, culture e memoria collettiva.

Mudec di Milano ospita un progetto espositivo che indaga la neve non solo come fenomeno atmosferico, ma come lente per leggere trasformazioni ambientali, pratiche culturali e ricordi personali. La mostra è in corso e propone un percorso che attraversa continenti e periodi storici, con installazioni contemporanee, fotografie e reperti etnografici.

L’opera site-specific di Chiharu Shiota, intitolata The Moment the Snow Melts, costituisce il fulcro emotivo dell’allestimento. Si tratta di una fitta trama di fili sospesi dal soffitto, tra cui galleggiano fogli e biglietti con nomi che evocano legami perduti, fragilità e processi di dissoluzione. L’installazione si inserisce in un percorso espositivo che comprende immagini fotografiche, documentari e oggetti d’uso quotidiano provenienti da comunità legate ai climi freddi.

Il senso della mostra

La curatela mira a esplorare la neve come metafora di memoria e cambiamento ambientale. Le opere dialogano per mettere in evidenza la relazione tra fenomeni naturali e pratiche culturali.

Prima impressione del percorso

L’allestimento alterna elementi sensoriali e documentali. Le installazioni contemporanee creano atmosfere immersive, mentre i materiali etnografici offrono contesti storici e sociali.

Rilievo dell’installazione principale

L’opera di Shiota funziona come nodo emotivo dell’esposizione. La presenza di frammenti scritti introduce dimensioni personali che si confrontano con temi collettivi, come perdita, adattamento e memoria climatica.

Sviluppi attesi

Il programma accompagna la mostra con proiezioni e schede interpretative per facilitare la lettura dei materiali. Sono previste attività didattiche rivolte a visitatori e scuole per approfondire i legami tra cultura materiale e cambiamento ambientale.

L’articolo è a cura di Alessandro Bianchi, giornalista esperto in tecnologia e innovazione culturale, che interpreta l’esposizione anche alla luce delle trasformazioni ambientali in corso.

Un tema, più voci

La mostra, curata da Sara Rizzo con Christian Arnoldi e realizzata sotto la direzione di Marina Pugliese, propone un’indagine su modalità culturali e climatiche legate alla neve. L’allestimento mette a confronto opere contemporanee con oggetti tradizionali per offrire una lettura stratificata del tema.

L’approccio è multidisciplinare: opere d’arte dialogano con tessuti, strumenti musicali, vestiario e manufatti. Questa sovrapposizione evidenzia come la neve sia stata interpretata dalle comunità dei climi freddi e come sia oggi assunta a simbolo della crisi climatica. L’esposizione preferisce connessioni tematiche anziché cronologiche, favorendo percorsi di lettura che uniscono memoria, pratiche e trasformazioni ambientali.

Il contributo della fotografia

In continuità con l’approccio curatoriale che privilegia connessioni tematiche, la sezione fotografica approfondisce il rapporto tra memoria e trasformazione ambientale.

Tra i materiali selezionati spiccano le serie di Walter Niedermayr, documenti visivi che mostrano il progressivo abbandono delle infrastrutture legate al turismo invernale. Le immagini evidenziano territori un tempo prosperi trasformati da impianti dismessi e dalla riduzione della copertura nevosa.

Le fotografie costituiscono una testimonianza visiva del mutamento ambientale e dialogano con il percorso espositivo proponendo riflessioni su pratiche, memoria e futuri possibili.

Culture della neve e oggetti che parlano

In continuità con il percorso visivo, la rassegna approfondisce i popoli della neve attraverso reperti e testimonianze. La selezione comprende materiali relativi agli Inuit, ai Sami e ai Chukchi dell’Artico, oltre a gruppi della Terra del Fuoco come gli Yaghan e i Selknam.

Gli oggetti esposti non sono soltanto testimonianze etnografiche. Sono indicatori di pratiche di vita strettamente connesse ai cicli naturali, alle tecniche di sopravvivenza e alle strategie di adattamento ambientale. La cura nella lavorazione e le tracce d’uso forniscono elementi per ricostruire rituali, modalità di mobilità e rapporti sociali.

Attraverso didascalie e materiali contestuali, il percorso mette in luce il valore simbolico e funzionale dei reperti, oltre al loro ruolo nella trasmissione della memoria collettiva. Il confronto tra oggetti e fotografie favorisce riflessioni sulle trasformazioni ambientali e sulle possibili traiettorie future del patrimonio immateriale.

Fragilità e cicli di vita

La sequenza espositiva prosegue mettendo in luce la vulnerabilità dei reperti costruiti con materiali organici. Un esempio emblematico è il tamburo sciamanico dei Sami, la cui pelle si presenta gravemente deteriorata e rischia la perdita definitiva. Il reperto evidenzia come gli oggetti artigianali abbiano una caducità intrinseca che ne condiziona la conservazione nel tempo.

La mostra suggerisce un parallelo tra la fragilità dei manufatti e la precarietà degli ecosistemi d’origine. I confronti tra oggetti e fotografie facilitano riflessioni sulle trasformazioni ambientali e sulle possibili traiettorie del patrimonio immateriale. L’allestimento sollecita, inoltre, la considerazione di pratiche di conservazione mirate per materiali deperibili.

Spunti contemporanei e narrazioni visive

Dopo l’allestimento che sollecita la considerazione di pratiche di conservazione mirate per materiali deperibili, il percorso espositivo amplia il confronto tra linguaggi diversi. Sono presentate opere che indagano il gelo e la scomparsa, tra cui un trittico di Walter Niedermayr sui paesaggi alpini, stampe e tele di artisti contemporanei e lavori storici e sperimentali di Judy Chicago. Completano il dialogo riferimenti pittorici come opere di Antonio Ligabue e una selezione di stampe inuit, tra cui lavori attribuiti a Leah Nuvalinga Qumaluk. La sequenza espositiva mette in relazione tradizioni differenti e pratiche artistiche che riflettono sulla trasformazione degli ambienti e sulla memoria materiale.

Documentario e sguardi dal mondo

Il documentario The Ice Builders, diretto da Tommaso Barbaro e Francesco Clerici, è stato girato in Tibet e documenta persone al lavoro su neve e ghiaccio. Le immagini mostrano figure minute contro l’ampiezza del paesaggio e restituiscono sensazioni di isolamento e vulnerabilità. Il film funge da contrappunto cinematografico alle installazioni e ai reperti esposti, illustrando come le comunità locali si adattino — o subiscano — i cambiamenti climatici. Questo sguardo contribuisce al percorso espositivo che mette in relazione tradizioni differenti e pratiche artistiche sulla trasformazione degli ambienti e sulla memoria materiale.

Mostra al Mudec sul tema della neve

Mudec presenta una mostra che indaga la neve come elemento fisico, culturale e simbolico. L’esposizione mette in relazione tradizioni diverse e pratiche artistiche per esplorare come la neve modifichi il paesaggio e la percezione umana. L’installazione di Chiharu Shiota, costituita da una rete di fili e fogli, sintetizza il dialogo tra memoria privata e metamorfosi collettiva, spingendo a riflettere su ciò che si scioglie e su ciò che permane.

La mostra è visitabile al Mudec dal 19-11- al 28-06-. Il percorso espositivo unisce arte contemporanea, etnografia e fotografia per affrontare la fragilità degli ambienti freddi e la responsabilità collettiva verso il loro futuro.

Leggi anche

convegno a milano sul pensiero di michele federico sciacca 1771112451
Cultura

Convegno a milano sul pensiero di michele federico sciacca

15 Febbraio 2026
Due giornate milanesi per riscoprire il percorso intellettuale di Michele Federico Sciacca: formazione, incontro con Rosmini e gli sviluppi della «filosofia dell’integralità» analizzati da studiosi nazionali.