Milano si arricchisce di un nuovo capitolo nel panorama artistico con l’arrivo di Villepin nella Chiesa di San Vittore e 40 Martiri, situata nel quartiere di viale Lucania. Questo progetto curatoriale segna l’inizio di un programma espositivo a lungo termine che trasforma l’ex edificio religioso in un luogo di mostre e interventi site-specific, nonostante i lavori di restauro siano ancora in corso.
Villepin, fondata da Arthur de Villepin, ha sede principale a Hong Kong e opera tra Europa e Asia. La galleria ha scelto Milano per un’iniziativa che combina programmazione espositiva, collaborazione continua con gli artisti e attenzione al collezionismo, con l’obiettivo di creare percorsi di lungo periodo.
La storia di San Vittore: un viaggio nel tempo
La Chiesa di San Vittore ha una storia lunga e complessa. Le prime tracce documentate risalgono al 1064, mentre nel 1581 viene descritta sotto il vescovado di Carlo Borromeo. Nel 1787, l’edificio originario viene demolito a seguito di riforme ecclesiastiche. Ricostruita nel 1928 in un’area allora periferica, diventa il primo nucleo architettonico del quartiere di viale Lucania.
Nel dopoguerra, la chiesa perde progressivamente la sua funzione religiosa, sostituita da un nuovo edificio nelle vicinanze. Dal 1956, assume un ruolo sociale come punto di distribuzione settimanale di beni essenziali, mantenuto per decenni. Segue poi una lunga fase di abbandono, fino ai recenti interventi di messa in sicurezza del Municipio 4, che ne hanno consentito una riapertura parziale per attività culturali.
Marie de Villepin e la mostra “White Noise”
L’apertura del calendario espositivo è affidata a “White Noise”, una mostra personale di Marie de Villepin, sorella del gallerista. La navata della chiesa ospita una serie di grandi dipinti dell’artista franco-americana, attiva tra Parigi e New York. La sua pratica artistica spazia tra pittura, musica e performance, creando un linguaggio basato su ritmo, stratificazione e dissolvenza.
Le opere di Marie de Villepin si inseriscono direttamente nello spazio, senza una separazione netta tra architettura e allestimento. L’artista esplora il confine tra figurazione e astrazione, con immagini che emergono e si dissolvono: paesaggi bruciati, forme instabili, figure appena riconoscibili. Il titolo della mostra rimanda al concetto di “rumore bianco”, una sovrapposizione di frequenze che tende ad annullare la distinzione tra segnali, diventando materiale pittorico ove le immagini restano in uno stato di transizione continua.
Le parole di Arthur de Villepin
“Quando entrai per la prima volta in San Vittore, fui convinto quasi immediatamente che una mostra appartenesse a quel luogo. Non perché fosse una chiesa. Per ciò che mi fece sentire. Il profumo della cera aleggiava ancora nell’aria. Frammenti di legno, tracce di devozione, il silenzio particolare che abita i luoghi plasmati da generazioni di speranza, dolore, preghiera e attesa. Poi c’era la scala dello spazio stesso. Guardando verso l’alto, verso l’altezza della navata, ricordo di essermi sentito improvvisamente più piccolo di un momento prima. Non insignificante, ma consapevole di far parte di qualcosa di molto più grande di me —qualcosa plasmato da generazioni di vite che avevano attraversato quello spazio prima di me.”
San Vittore ha vissuto più vite. Fu costruita come luogo di preghiera, poi divenne un luogo di cura, e ora si apre alla cultura. Eppure, camminandoci oggi, non si percepisce una rottura. Si sente continuità. L’edificio sembra portare ogni capitolo all’interno del successivo, come se nulla fosse mai del tutto scomparso”, ha scritto Arthur de Villepin, curatore della personale.



