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Inter: l'immagine, e lo scudetto 2006, finiscono nel fango

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Massimo Moratti può dire e fare quello che vuole. Anche se gli almanacchi dovessero continuare a portare il nome dei nerazzurri accanto al titolo 2006, per chi ama la giustizia e il calcio la sentenza nei confronti dell’Inter è già stata scritta.


Inter
campione. Inter falsa, bugiarda. Inter onesta. O tutto il contrario. Gli italiani sono gente strana. Perché quello che conta sono le apparenze. E allora Massimo Moratti è ‘il galantuomo’, Giacinto Facchetti l”invitto atleta dal cuore buono’, un Garrone meraviglioso planato nel nostro mondo a recare saggezza come balocchi a Natale. Per fortuna poi che ci sono i cattivi, lombrosianamente rappresentati da Luciano Moggi e Adriano Galliani, due personaggi che sembrano usciti apposta dai puffi l’uno e da un film di Mel Brooks l’altro.

Quella che era una certezza basata sull’inoppugnabilità dei fatti si è ormai trasformata in una flebile bandierina tenuta in piedi dalla prescrizione e dalla riottosità del presidente dell’Inter nel farsi giudicare dalla giustizia sportiva. Chi c’era però ricorda. Ricorda una squadra dilaniata dalle polemiche interne. Ricorda tifosi nerazzurri sugli spalti muniti di striscioni inequivocabili (“Non so più come offendervi” fu il più originale). Ricorda anche dei tifosi saliti su di un pullman della squadra con le catene.

Ricorda un derby finito 6-0 e altre figure della medesima squadra difficilmente spiegabili con la teoria del ‘gran complotto’. Ora quest’Inter, questa meravigliosa ‘macchina da guerra’, ‘invincible armada’ schierata contro il ‘potere della Juve’ (ma soprattutto di Silvio Berlusconi) si aggrappa a tutto pur di non lasciarsi trascinare in quello stesso fango da cui sono stati partoriti i suoi (unici) trionfi recenti. Dalla Saras a Tronchetti Provera, dalle fondazioni benefiche ai progetti di un mondo colorato di nerazzurro, tutto fa brodo per cercare di ridipingere una corazzata la cui credibilità è colata a picco nel momento stesso in cui si è deciso di accettare (e festeggiare) lo ‘scudetto della vergogna’.

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