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Milan, welcome in London 'mon amour'

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Londra. Immensa Londra, incomparabile Londra, come tutto ciò che arriva dall’Inghilterra, dalla Gran Bretagna, dal Commonwealth, come ogni cosa che abbia stampata l’icona della Regina Elisabetta su una banconota o un pacchetto di sigarette. Ora che il Milan domani sera sarà di scena nella più incredibile città del mondo, non posso che tentare di cantarne le lodi che me l’hanno fin da subito fatta diventare il punto di riferimento, il mito, l’origine di ogni mia passione.

1980. Il Milan in Serie B, in curva giusto chi ha la ‘fede’. E per le strade una musica. Musica come poi mai più se ne è sentita. Forse la ‘vera’ musica del secolo scorso. E allora new-wave a manetta.

Di molti gruppi ho scoperto poi il nome, con molti ho vissuto attimo per attimo, secondo per secondo, spalmati sulle 24 ore della mia giornata, un percorso che ancora non si è interrotto.

E allora Ultravox, Simple Minds, Soft Cell, ABC, China Crisis, Human League, Heaven 17, Visage, Cure, Siouxsie & the Banshees, e chi più ne ha più ne metta. E che importa se metà e passa di questi gruppi non sono di Londra ma anzi, la musica migliore arrivò da Sheffield e dal nord dell’Inghilterra. Questo lo seppi solo dopo. Per me Londra era l’immagine di Marc Almond bohemienne debosciato con una maglia a rete nera e stivali, appoggiato sulla finestra di una casa desolata come il mio animo, con quel sorriso sardonico che lo contraddistingue.

Per me Londra era Siouxsie, Robert Smith e gli altri Banshees che nel loro video si svegliano in Hyde Park sotto un cumulo di giornali e si avviano verso l’Hammersmith Odeon per suonare in concerto. Per me Londra era Ian Curtis epilettico che si dimena mentre canta “Love Will Tear Us Apart” oppure John Foxx che imita David Bowie in “Hiroshima Mon Amour”. Londra era il video degli ABC vestiti in paglietta e abito estivo mentre mixano come nessuno ha saputo fare tecnologia e soul.

E perfino gli Haircut 100, con il loro ‘look’ (meravigliosa parola a cui nessuno purtroppo pare prestare più alcuna attenzione, quanto era bello il mondo delle ‘apparenze’!) da studenti universitari. Britannici, of course. E Londra erano tutte le squadre inglesi, dal grande Arsenal degli anni ’30 e ’50, fino al Tottenham Hotspur (appunto) che vinse la Coppa d’Inghilterra poco dopo l’inizio del secolo scorso quando era ancora una squadra ‘amateur’, al Fulham, al Queens Park Rangers (solo gli inglesi potevano inventare un nome così poetico), al West Ham United, ognuno con il proprio stadio vittoriano (altra parola stupenda, una famiglia reale di cui andare orgogliosi, tradizioni! Insomma, tutto quello che in Italia non c’è).

Ognuno con il suo Subbuteo vivente. Londra mi ricorda quella ragazza che nel 1986 vidi camminare per Oxford Street vestita completamente di nero e con un ciuffo di capelli sul viso in meraviglioso stile ‘dark’. Poesia. Ribellione. Immagini di Joe Strummer con i Clash a fare i ‘rude boys’ seduti su un marciapiede o mentre salutano da un ‘cab’ in corsa in una foto in bianco e nero. Concerti dal vivo. Un corvo nero che scende nella notte e si appoggia su una delle lancette del Big Ben. Tramonti a fianco di Kate Beckinsale travestita da vampiro. Questa è la Londra che non è mai esistita nella realtà, ma che nella mia mente non è mai stata tanto reale come in quei lunghi e monotoni pomeriggi italiani durante i quali sognavo di viverci, in un eterno concerto ‘new romantic’. Buon viaggio, Milan.

1984, ecco gli ABC nella loro impareggiabile “Tower of London”:
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