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Suicidio a San Vittore: il numero dei detenuti morti sale a 28

A San Vittore un detenuto recluso nella sezione per persone fragili si è tolto la vita, facendo salire a 28 il numero di suicidi in carcere dall'inizio dell'anno. La Fondazione Casa della Carità, che aveva lanciato l'appello “Il silenzio sul carcere non fa bene alla democrazia” il 20 maggio scorso, torna a chiedere responsabilità collettiva e maggiore trasparenza.

Suicidio a San Vittore: il numero dei detenuti morti sale a 28

Un nuovo suicidio nella Casa Circondariale di San Vittore a Milano ha portato a 28 il totale delle persone ristrette che si sono tolte la vita dall’inizio dell’anno. La notizia è stata diffusa l’11/06/2026 e riaccende il dibattito sulle condizioni di detenzione per individui considerati ad alto rischio suicidario.

La vicenda coinvolge direttamente la Fondazione Casa della Caritàche tre settimane prima aveva già sollevato un allarme pubblico con l’appello intitolato: “Il silenzio sul carcere non fa bene alla democrazia”. Nel breve periodo tra il 20 maggio scorso e il 11 giugno sono quattro i suicidi registrati, una cifra che mette in evidenza criticità operative e organizzative nelle strutture penitenziarie.

Il caso del detenuto recluso nella sezione per persone fragili

Il detenuto, identificato con la sigla L., era collocato nella sezione destinata a chi è considerato particolarmente vulnerabile. Secondo la ricostruzione fornita dalla Fondazione, l’uomo era entrato in carcere con una diagnosi di psicosi e non ha mai effettuato il passaggio nei reparti comuni, venendo immediatamente sistemato in una cosiddetta “cella liscia”. La Fondazione sottolinea che era conosciuto dagli operatori che svolgono attività di relazione e ascolto nel reparto, eppure non avrebbe avuto accesso a elementi fondamentali di relazione umana: non aveva indumenti, non aveva mai lasciato la cella per l’ora d’aria o per momenti di socialità promossi dagli operatori, e da giorni chiedeva di poter telefonare alla madre.

Domande sulle scelte di gestione clinica e custodiale

Da questa situazione emergono domande precise: perché una persona con una patologia psichiatrica conclamata era trattenuta in una cella anziché in un servizio di cura? Don Paolo Selmi, presidente della Fondazione Casa della Carità, denuncia che “il carcere è diventato il luogo dove finiscono tutte le fragilità che gli altri servizi non riescono più a prendere in carico” e che il sistema penitenziario non può rifiutare l’accoglienza a chi viene presentato, a differenza di altri presidi. Selmi cita inoltre la difficoltà strutturale del carcere a rispondere con percorsi sanitari adeguati piuttosto che con misure prevalentemente custodiali.

Criticità delle pratiche di prevenzione del suicidio negli istituti penitenziari

Il caso di San Vittore si inserisce nel quadro tracciato dall’Associazione Antigone nel suo “Dossier su suicidi e decessi in carcere nel 2026 e nei primi mesi del 2026“. Tra le pratiche contestate vi sono l’aumento della sorveglianza tramite misure restrittive, la limitazione degli oggetti personali, la riduzione degli spazi di movimento e la forte diminuzione delle occasioni di relazione. Questi interventi, pensati per ridurre i rischi immediati, possono determinare una «quasi totale privazione materiale» e un marcato impoverimento dei contatti umani che, secondo la critica, rischia di aggravare lo stato di persone già fragili.

La Fondazione ricorda che tra il 20 maggio scorso e la data dell’11/06/2026 si sono registrati quattro suicidi in tre settimane: un dato che solleva interrogativi sulla capacità del sistema di intercettare e gestire segnali di rischio. Don Selmi insiste: “Il silenzio sul carcere non fa bene alla democrazia.” Inoltre, ribadisce che “Il carcere deve tornare al centro del dibattito e della responsabilità collettiva” e che le sue mura “dovrebbero essere, almeno simbolicamente, trasparenti come il vetro“.

La vicenda evidenzia anche il dilemma operativo cui si confrontano quotidianamente il personale penitenziario e i servizi sanitari: riconoscere le difficoltà pratiche senza tuttavia rinunciare a interrogarsi sull’adeguatezza di risposte fondate quasi esclusivamente sulla custodia e sul controllo, quando si tratta di sofferenza psichica profonda.

Nel computo annuale dei suicidi nelle carceri italiane, il nuovo caso di San Vittore aggiorna al numero di 28 le persone decedute dall’inizio dell’anno, un dato che contribuisce alla pressione pubblica perché il tema della salute mentale e dell’accoglienza nelle carceri resti al centro dell’agenda istituzionale e civile.

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