Il report delle imprese dell'area metropolitana evidenzia un aumento delle segnalazioni su negozi sfitti e reati predatori, con particolari criticità nell'hinterland e nuove tensioni sul fronte della concorrenza sleale

Negli ultimi mesi l’attenzione degli operatori commerciali dell’area milanese si è concentrata su fenomeni che incidono direttamente sull’attività quotidiana: il problema dei negozi sfitti, percepito come elemento di degrado, e la persistenza di reati predatori. Secondo il Centro studi di Confcommercio Milano Lodi Monza Brianza, le segnalazioni relative ai locali vuoti sono cresciute del 27% rispetto al 2026, un campanello d’allarme per chi lavora nel commercio.
Questa rilevazione è stata realizzata coinvolgendo 314 imprese e presentata in occasione della XIII edizione di «Legalità ci piace!», offrendo una fotografia basata sulle esperienze dirette degli operatori.
Il quadro delineato dalle imprese mette in luce non solo la presenza di scippi e borseggi — indicati come principali preoccupazioni dal 41% degli intervistati — ma anche altri fattori che alimentano la sensazione di insicurezza. Pur con una leggera diminuzione della percezione di questi reati, restano alti i livelli di allerta rispetto a spaccio di droga e alle attività di baby gang. In questa prima sintesi emerge anche il ruolo che esercita l’hinterland, dove la distribuzione territoriale dei fenomeni mostra specificità che richiedono risposte mirate.
La mappa dell’insicurezza commerciale
Analizzando i dati per area sociale ed economica si evidenziano differenze significative: nell’hinterland meneghino i negozi sfitti e il commercio illegale figurano tra i problemi più segnalati, ma alcune criticità aumentano in zone precise. Ad esempio, nel Magentino e nell’Abbiatense le segnalazioni relative a scippi e borseggi sono in crescita, mentre nell’Alto Milanese si registra un incremento delle denunce per venditori abusivi. Questi andamenti suggeriscono che il fenomeno non è omogeneo e che le strategie di contrasto devono tener conto di contesti locali e percorsi di spostamento delle persone che frequentano aree commerciali diverse rispetto al centro cittadino.
Fattori che amplificano il disagio
Tra le cause che contribuiscono alla percezione negativa figurano la presenza di vetrine scoperte, la diminuzione dell’affluenza e la compresenza di attività illecite. Il vuoto commerciale non è soltanto estetico: esercita un effetto moltiplicatore sul senso di insicurezza e può facilitare la proliferazione di attività irregolari come il traffico di stupefacenti o la vendita abusiva. Per gli operatori il problema assume anche una dimensione economica, perché la ridotta frequentazione delle vie commerciali influisce sui ricavi e sull’attrattività degli investimenti, creando un circolo vizioso difficile da spezzare senza interventi coordinati.
Commercio, importazioni e concorrenza sleale
Un altro elemento emerso dalla ricerca riguarda gli acquisti da distributori o produttori extra Unione Europea: il 29% degli operatori che ha destinato approvvigionamenti fuori UE ha denunciato la presenza di merce non conforme o difettata. Accanto a questo problema sono arrivate segnalazioni relative alla vendita online di prodotti sottomarca a prezzi stracciati e a forme di concorrenza sleale attribuite a rivenditori extracomunitari. L’impatto di questi fenomeni si traduce in tensioni sul prezzo, erosione della clientela e rischi reputazionali per i negozi che operano in regola, richiedendo strategie di controllo e tutela del mercato.
Risposte istituzionali e azioni sul territorio
Le contromisure sembrano però avviarsi: la ricerca segnala che misure di contenimento sono in fase di attuazione, mentre prosegue il lavoro congiunto tra Prefettura e Comune di Milano per coordinare interventi mirati. Iniziative di sorveglianza, rafforzamento dei controlli su strada e campagne di contrasto al commercio abusivo sono alcune delle azioni che le autorità locali stanno valutando o già implementando. Per gli imprenditori, la collaborazione con le istituzioni rappresenta un elemento chiave per trasformare la percezione di insicurezza in un piano operativo condiviso, capace di ridurre l’impatto negativo sui quartieri e sulle attività economiche.

