Il dibattito tra diritto di protesta e tutela del patrimonio culturale ha trovato una risposta chiara nel tribunale di Milano. La giudice Mariapia Blanda ha depositato le motivazioni della sentenza che, lo scorso maggio, ha condannato sette attivisti di Ultima Generazione per l’imbrattamento dell’Arco della Pace avvenuto nel.
La decisione del tribunale ha stabilito che, pur riconoscendo la legittimità delle proteste ambientali, imbrattare un monumento non può essere considerato uno strumento valido per difendere l’ambiente. Questo perché tali azioni compromettono la libertà collettiva di conservare e godere del patrimonio culturale.
Le motivazioni della condanna per l’imbrattamento dell’Arco della Pace
La giudice Blanda ha escluso le attenuanti legate a motivi di particolare valore morale o sociale, così come lo stato di necessità invocato dalle difese. Secondo il tribunale, pur riconoscendo la gravità della crisi climatica, un gesto dimostrativo non ha un nesso diretto con l’obiettivo di evitare le conseguenze del cambiamento climatico.
I sette attivisti sono stati condannati a quattro mesi di reclusione con pena sospesa, mille euro di multa ciascuno e un risarcimento di oltre 97.000 euro per i costi di ripristino dell’Arco della Pace. La sentenza ha sottolineato che le azioni eclatanti, pur pianificate per attirare l’attenzione sull’Emergenza climatica, non sono direttamente funzionali alla tutela dell’ambiente.
L’assoluzione per l’azione alla Fabbrica del Vapore
Diverso è stato il verdetto per un altro episodio avvenuto nel alla Fabbrica del Vapore, dove alcuni attivisti avevano versato sacchi di farina sull’auto dipinta da Andy Warhol esposta in una mostra. In questo caso, il tribunale ha assolto cinque imputati per particolare tenuità del fatto, ritenendo che l’azione dimostrativa non avesse provocato danni all’opera né compromesso la mostra.
L’assenza di conseguenze concrete sul bene esposto ha portato all’assoluzione. Questo episodio ha evidenziato come l’impatto delle azioni dimostrative possa variare significativamente a seconda del contesto e delle modalità di esecuzione.
Il bilanciamento tra protesta e tutela del patrimonio
La sentenza ha riconosciuto che gli attivisti hanno agito consapevolmente per catalizzare l’attenzione sull’importante tema dei cambiamenti climatici. Tuttavia, il tribunale ha sottolineato che tali iniziative non portano all’affermazione di motivi sociali condivisi come il diritto all’ambiente o alla salute, perché minano l’altrui libertà di salvaguardare e godere delle opere d’arte e del patrimonio culturale.
La giudice Blanda ha respinto anche la scriminante dello stato di necessità, invocata dalle difese in riferimento all’imminenza e alle conseguenze dei cambiamenti climatici. Secondo il tribunale, non è possibile attribuire a una mera azione dimostrativa un nesso causale con l’evento che si vuole evitare, come il surriscaldamento del pianeta.
Questa decisione rappresenta un punto di riferimento importante nel dibattito tra il diritto di protesta e la tutela del patrimonio culturale, sottolineando l’importanza di trovare un equilibrio tra la libertà di espressione e la conservazione dei beni comuni.



