Il pomeriggio del 30 ottobre Youssef Siher, presunto leader del cosiddetto Movimento 17 ottobre, è uscito dal carcere di San Vittore. Le telecamere dei media lo hanno seguito mentre saliva su una vettura bianca, accolto da una piccola folla di familiari e simpatizzanti. L’atmosfera, più simile a una breve celebrazione che a una scena giudiziaria, ha mostrato la rapidità con cui la decisione di scarcerazione è stata attuata dopo la firma della magistrata.
Decisione della giudice Landoni sulla scarcerazione di Youssef Siher
Alle 16.30 la giudice Tiziana Landoni ha reso noto il provvedimento di revoca del fermo preventivo per istigazione a delinquere, aggravata da presunti legami con il terrorismo. Nell’ordinanza di 37 pagine la magistrata ha esplicitamente dichiarato che l’indagato non aveva mai promosso azioni violente né fatto riferimento a fatti avvenuti il 17-18 ottobre 2026. La frase chiave recita: “l’attività di Siher si è limitata a una mobilitazione consapevole e a una disobbedienza civile, non a una incitazione a compiere reati”.
Motivazioni giuridiche alla base del provvedimento
Il ragionamento della giudice si è articolato su tre assi principali. Primo, ha sottolineato che l’istigazione a delinquere richiede un pericolo concreto, cioè messaggi che spingano direttamente a commissione di reati. I post analizzati su Telegram e Instagram, secondo Landoni, erano privi di indicazioni operative su atti di violenza. Secondo, le accuse di terrorismo sono state rifiutate perché mancavano elementi di intimidazione della popolazione o di danno allo Stato di dimensioni macro-spettrali. Terzo, la magistrata ha ritenuto infondato il requisito di pericolo di fuga: Siher era identificato, residente in Italia e presente a Milano per la manifestazione del 24 ottobre, senza segnali di intenzione di sottrarsi alla giustizia.
Analisi dell’accusa di istigazione a delinquere
La Procura, guidata dalla pm Francesca Crupi, aveva interpretato i messaggi di Siher come un “piano eversivo”, ma la giudice ha ribaltato tale lettura. Le parole “dichiarazione di guerra” pubblicate su Telegram sono state valutate come critica politica e non come incitamento a compiere delitti. Inoltre, la cosiddetta “guida pratica per la difesa in piazza” non contenente richiami a armi o a metodi violenti ha confermato l’assenza di riferimenti a strumenti offensivi. Anche i riferimenti alle proteste francesi sono stati giudicati generici, senza esaltare atti illeciti.
Il profilo professionale di Tiziana Landoni e le reazioni politiche
Giudice di carriera da una decina di anni, Tiziana Landoni è arrivata al settimo piano del tribunale di Milano due anni fa, dopo esperienze a Gela e Busto Arsizio. Durante il suo mandato a Busto ha gestito casi di dossieraggio, frodi e reati contro la personalità. La decisione su Siher ha suscitato diverse reazioni: il ministro dell’Interno Piantedosi l’ha definita “non condivisibile”, mentre la premier Meloni l’ha etichettata “vergognosa”. Altri esponenti istituzionali hanno rimarcato la necessità di tutelare la libertà di espressione, ribadendo che il principio di disobbedienza civile è tutelato dalla Costituzione, purché non metta in pericolo la sicurezza pubblica.
Nel frattempo, la stessa giudice è stata protagonista di un appello collettivo di giuristi a favore di Gaza, firmato pochi mesi prima, dimostrando un attivo impegno su temi di diritto internazionale e diritti umani. Questo background ha alimentato il dibattito pubblico sulla sua imparzialità, ma la motivazione scritta dell’ordinanza rimane focalizzata sui criteri giuridici, piuttosto che su posizioni politiche personali.
Conseguenze della sentenza e prospettive future
La scarcerazione di Siher apre la strada a un nuovo episodio giudiziario: il ricercatore rimane sotto vigilanza per eventuali ulteriori indagini, ma al momento non sussistono misure cautelari attive. La decisione potrebbe influenzare casi analoghi, soprattutto in materia di disobbedienza civile e libertà di espressione. Inoltre, la magistrata Landoni è destinata a occuparsi di altri procedimenti di rilievo, tra cui il caso dell’omicidio stradale di Ramy Elgaml, previsto per novembre. La sua figura è ora al centro di un dibattito che riecheggia tra diritto penale, diritti civili e politica nazionale.



