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Corte e raccolta dei danni: 117 mila euro richiesti per l’intervento sull’Arco della Pace

Il processo per l'azione del 15 novembre 2026 all'Arco della Pace vede il Ministero della Cultura chiedere 117 mila euro tra danni patrimoniali e non patrimoniali, mentre la difesa invoca ritardi negli interventi e parla di risignificazione dei monumenti

Corte e raccolta dei danni: 117 mila euro richiesti per l'intervento sull'Arco della Pace

Il processo aperto in seguito all’azione compiuta il 15 novembre 2026 all’Arco della Pace ha riportato in aula cifre e argomentazioni che alimentano il dibattito pubblico. Il Ministero della Cultura, dicastero che secondo gli atti è guidato da Alessandro Giuli, si è costituito parte civile e ha avanzato la richiesta di 117 mila euro a titolo di risarcimento: 97 mila euro per danni patrimoniali e 20 mila euro per danni non patrimoniali.

Sul banco degli imputati c’è il modo in cui la vernice è stata gettata e le conseguenze materiali e simboliche dell’azione.

La richiesta economica e i punti contestati

Davanti al tribunale milanese la quantificazione proposta dal Ministero è stata contestata dalla difesa di Ultima Generazione. La cifra di 117 mila euro comprende costi attribuiti al ripristino dell’opera, ma i difensori hanno sottolineato che la sostanza utilizzata era una vernice lavabile e atossica, che se trattata tempestivamente sarebbe stata rimossa senza lasciare tracce. In aula è emerso che gli interventi di pulizia non sono stati eseguiti immediatamente e che i lavori di ripulitura sono cominciati con mesi di ritardo, a giugno del 2026, circostanza che secondo la difesa ha contribuito alla fissazione del colore sulla pietra.

Che cosa si contesta nel danno

Al centro della disputa c’è la natura del danno patrimoniale e del danno non patrimoniale. Il Ministero ha presentato una stima dei costi di restauro e pulitura, mentre la difesa richiama le caratteristiche tecniche della sostanza usata e le modalità dell’intervento di manutenzione. In aggiunta è stato richiamato il tema più generale dello stato di conservazione dei monumenti all’aperto, che soffrono gli effetti di inquinamento e smog e sono soggetti a interventi periodici di restauro, elemento che complica la quantificazione del nesso causale esclusivo con l’azione degli attivisti.

Le argomentazioni della difesa e la prospettiva culturale

La difesa di Ultima Generazione non si è limitata a contestare l’entità economica del risarcimento: ha cercato di contestualizzare l’azione come gesto di protesta e denuncia. Secondo gli imputati, l’obiettivo non era danneggiare fisicamente il monumento ma attirare l’attenzione su questioni più ampie, a cominciare dalla crisi climatica e dalle scelte politiche. In aula è stato inoltre ricordato che l’azione fu compiuta nella fase iniziale del conflitto in Palestina, evento richiamato dai manifestanti come parte del contesto che li ha spinti a mobilitarsi.

Il contributo di Tommaso Montanari

Tra i testi chiamati a deporre figura lo storico dell’arte Tommaso Montanari, il quale ha sostenuto che azioni come questa non hanno finalità distruttive ma possono avviare una risignificazione dei monumenti, riportandoli al centro del dibattito pubblico. Montanari ha inoltre sottolineato come i pericoli reali per le opere all’aperto siano legati al cambiamento climatico e all’inquinamento, non ad atti isolati che, per loro natura, cercano di essere meno invasivi possibile.

Il calendario processuale e possibili sviluppi

Le udienze hanno visto momenti decisivi nelle settimane recenti: una delle ultime assemblee processuali si è svolta in corrispondenza della data riportata nei resoconti, con la sentenza che è stata rinviata al 18 maggio. La pm, nel corso del dibattimento, ha proposto l’assoluzione per un’altra azione collegata, l’imbrattamento con farina della BMW dipinta da Andy Warhol, segnando la complessità delle scelte giudiziarie nell’ambito di proteste che oscillano tra simbolismo e possibile pregiudizio materiale. Intanto il processo continua a sollevare questioni che vanno oltre i numeri: la compatibilità tra manifestazione e tutela del patrimonio, la tempestività degli interventi conservativi e il valore simbolico delle forme di disobbedienza civile.

Prospettive

Il caso dell’Arco della Pace resta un banco di prova per valutare come il sistema giudiziario e le istituzioni interpretino il confine tra protesta e danno, con ricadute sul piano politico, culturale e pratico. La cifra di 117 mila euro rimane al centro del contendere, così come il dibattito sulla necessità di strumenti come il Fondo Riparazione evocato dagli attivisti per fronteggiare eventi legati alla crisi climatica. La sentenza attesa riporterà ordine tra le parti, ma il confronto pubblico sulle cause e sulle forme di protesta è destinato a proseguire.

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