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Delpini: un morire che chiama alla vita come risposta all’assurdità della storia

Durante la celebrazione della Passione mons. Mario Delpini ha invitato a non rassegnarsi all'assurdo della storia e a testimoniare la «gloria» attraverso il perdono, la speranza e la sobrietà

Delpini: un morire che chiama alla vita come risposta all’assurdità della storia

Nel pomeriggio del 3 aprile 2026, nella cornice del Duomo di Milano, Mons. Mario Delpini ha pronunciato un’omelia che ha messo al centro un’osservazione dura ma lucida: la storia umana spesso appare segnata da contraddizioni e ingiustizie. Prima della celebrazione serale, il presule aveva infatti presieduto la Via Crucis all’Istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone, confermando così un rapporto tra preghiera pubblica e impegno pastorale. In quell’intervento Delpini ha richiamato l’attenzione sulla dimensione collettiva del dolore e sulle «pazzie quotidiane» che rendono incomprensibile la trama degli eventi.

L’omelia ha preso avvio dalla constatazione che «niente è come dovrebbe essere»: processi farsa, poteri irritati dall’istinto delle folle, e la liberazione di un colpevole a scapito dell’innocente. In questa lettura evangelica Delpini non si limita al lamento: propone una chiave interpretativa che riconosce nel Crocifisso un evento capace di trasformare la storia. La formula che ha richiamato più volte è stata l’idea di un morire che chiama alla vita, un paradosso che ribalta la logica della sopraffazione e apre a una speranza concreta.

L’assurdità della storia: analisi e implicazioni

Nell’analizzare la vicenda della Passione, l’arcivescovo ha indicato come la cronaca del vangelo sia esemplare per comprendere i meccanismi dell’assurdo: un processo incompiuto, autorità confuse, e atteggiamenti umani che tradiscono la giustizia. Questa lettura sottolinea che l’assurdità non è solo epocale o spettacolare, ma si insinua nella quotidianità delle relazioni e delle decisioni. Di fronte a tutto ciò, Delpini ha invitato i fedeli a non limitarsi alla denuncia: riconoscere l’assurdo significa anche assumere una postura che, con delicatezza e coraggio, contesta le logiche della violenza e della rassegnazione.

Esempi tratti dalla scena evangelica

Per rendere vivido il concetto, l’arcivescovo ha richiamato scene concrete del racconto evangelico: la beffa dei soldati, la pressione della folla, e la sorprendente dichiarazione del centurione che riconosce il Figlio di Dio. Questi episodi diventano specchi della condizione umana: la potenza che si scioglie davanti all’innocenza, il giudizio che fallisce. Secondo Delpini, proprio in questa contraddizione nasce la possibilità di un’intuizione nuova: se il Crocifisso è rivelazione, allora il mistero della sofferenza non si esaurisce nella sconfitta.

Le tre vie proposte per rispondere all’assurdo

Dal cuore dell’omelia emergono tre indicazioni pratiche, pensate come risposte quotidiane all’assurdità: il perdono, la speranza che nasce dalla croce e la libertà dall’ossessione del possesso. Il primo percorso è il perdono: non una parola vuota, ma un impegno ripetuto, un esercizio morale che smonta la spirale della vendetta. Il secondo è la speranza cristologica, la convinzione che la morte, in Gesù, si trasforma in via verso una vita nuova. Il terzo riguarda lo stile di esistenza: rinunciare all’accumulo come misura del valore e scegliere sobrietà e condivisione.

Perdonare, sperare, scegliere la sobrietà

Nel dettaglio Delpini ha suggerito che il perdono vada praticato «ogni giorno», come gesto che ricostruisce relazioni; la speranza deve tradursi in testimonianza che non si ferma davanti al dolore; e la libertà dall’ossessione del possesso implica scelte concrete di sobrietà e di condivisione. Queste tre vie non sono alternative ma sinergiche: insieme costituiscono una forma di contestazione mite e audace dell’assurdità, capace di generare comunità più giuste e attente ai fragili.

Impatto sulla comunità e responsabilità personale

Concludendo, l’arcivescovo ha rivolto un appello che combina profezia e concretezza: i cristiani sono chiamati a essere testimoni credibili della gloria di Dio che si manifesta nel Crocifisso, non come vendetta ma come coerenza profonda. Questo richiama ciascuno a una responsabilità individuale e comunitaria: praticare il perdono, coltivare la speranza e rinunciare all’accumulo significa trasformare il lamento in azione. In un tempo segnato da molteplici frustrazioni e tragedie, la proposta è semplice e radicale insieme: rispondere all’assurdo con scelte di vita che rivelino un’altra logica possibile.

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