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La protesta dei lavoratori di Siae Microelettronica e SM Optics: una crisi dimenticata

La crisi delle telecomunicazioni in Italia miete vittime: i lavoratori di Siae Microelettronica e SM Optics scendono in piazza contro il silenzio della politica.

Diciamoci la verità: ci troviamo di fronte a un’epoca in cui le storie di crisi aziendali si susseguono come l’acqua in un secchio bucato. Eppure, quando il dramma riguarda lavoratori altamente qualificati e aziende con una lunga storia nel settore delle telecomunicazioni, il silenzio si fa assordante.

A Cologno Monzese, i dipendenti di Siae Microelettronica e SM Optics hanno alzato la voce, e non senza motivo. Da mesi, stipendi non versati e contributi non pagati hanno trasformato la loro quotidianità in un incubo. Ma questa non è solo una questione di salari: è una questione di dignità, di competenze tecniche che rischiamo di perdere e di un futuro incerto per un’intera industria.

Una crisi profonda e inarrestabile

La realtà è meno politically correct: parliamo di aziende che, in un passato non troppo lontano, erano fiori all’occhiello del panorama tecnologico italiano. Siae Microelettronica e SM Optics non sono solo nomi, ma simboli di un settore che ha contribuito in modo significativo alla crescita economica del paese. Oggi, però, ci troviamo di fronte a un quadro desolante. I 60 esuberi già annunciati sono solo la punta dell’iceberg, mentre la produzione giace ferma e il malcontento cresce tra i dipendenti. Tecnici e ingegneri, figure strategiche per il futuro delle telecomunicazioni, si vedono costretti a lottare per la propria sopravvivenza.

Secondo dati recenti, il settore delle telecomunicazioni in Italia ha già registrato una perdita di competenze critiche, con un calo del 15% nel numero di professionisti qualificati negli ultimi cinque anni. Ma ti sei mai chiesto cosa significhi, a lungo termine, perdere queste competenze? Se non ci si muove immediatamente, i lavoratori di Siae e SM potrebbero diventare solo un ricordo. E non è solo una questione economica: stiamo parlando di un patrimonio tecnologico riconosciuto a livello internazionale che rischia di andare in fumo.

La risposta delle istituzioni: promesse vuote?

Al tavolo ministeriale convocato a giugno, la direzione ha ammesso la gravità della situazione, promettendo di coprire parte degli arretrati grazie a crediti in riscossione. Ma le promesse non bastano. Invitalia, pur non concedendo prestiti immediati, sta lavorando a un dossier per facilitare l’ingresso di un nuovo partner industriale. Ma chi crede davvero che un partner sia la soluzione magica a un problema strutturale? È come cercare di mettere una toppa su un vestito strappato. Regione e Comune stanno cercando di sollecitare soluzioni rapide, ma il tempo è un lusso che non possiamo permetterci.

I sindacati, giustamente, chiedono un intervento diretto dello Stato. La verità è che senza un’azione concreta, il rischio è quello di perdere non solo mille posti di lavoro, ma un’intera generazione di talenti. E chi pagherà il prezzo? Non solo i lavoratori, ma anche il nostro sistema economico, che si priverà di competenze fondamentali nell’era della digitalizzazione.

Conclusioni che disturbano ma fanno riflettere

So che non è popolare dirlo, ma il silenzio della politica e delle istituzioni di fronte a questa crisi è assordante. Se non ci si muove ora, quando sarà troppo tardi? La nostra industria delle telecomunicazioni, già in difficoltà, potrebbe subire un colpo mortale. La mobilitazione dei lavoratori, i loro sacrifici, devono essere un campanello d’allarme per tutti noi. Non possiamo permettere che il nostro patrimonio tecnologico venga sprecato, e non possiamo rimanere in silenzio di fronte a un dramma che potrebbe colpire ognuno di noi.

Invitiamo a riflettere: cosa possiamo fare come società per evitare che storie come questa si ripetano? È tempo di alzare la voce e di impegnarsi per un futuro migliore, dove il lavoro e le competenze siano valorizzati e tutelati. Il re è nudo, e ve lo dico io: è giunto il momento di vestirlo.

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