Milano, 9 luglio 2026. In un volume curato da Susanna Ripamonti insieme a Roberta Ghidelli e con il contributo di Giacomo Ghidelli, si ricompongono le voci delle persone detenute nel reparto femminile di Bollate per mostrare un quadro di disparità di genere dentro le mura carcerarie. Il libro, pubblicato da Libraccio editore e prefazionato da Lucia Castellano, mette in evidenza come il carcere italiano sia spesso organizzato su logiche pensate per i maschi e incapace di rispondere alle sofferenze specifiche delle donne.
Le testimonianze raccolte non cercano sensazionalismo ma offrono una lettura diretta delle condizioni quotidiane: dalle limitate opportunità lavorative alla gestione della maternità, fino agli spazi di socialità e cura. L’approccio privilegia la voce delle detenute e l’osservazione di chi lavora con loro, per delineare una serie di problemi che si sommano e producono quella che viene definita «la doppia condanna» delle donne in carcere.
Disparità nelle attività lavorative e trattamento quotidiano a Bollate
Le dati numerici spesso spiegano le scelte organizzative: le donne costituiscono una piccola parte della popolazione carceraria nazionale, ma a Bollate il numero delle detenute supera le 180, rendendo il presidio uno dei più popolati a livello femminile. Nonostante ciò, le offerte formative e lavorative rimangono limitate e spesso di bassa qualifica. Le detenute svolgono principalmente mansioni legate alla pulizia o alla cucina, lavori frammentati su turni senza continuità e con remunerazioni modeste, senza prospettive di inserimento lavorativo dopo il fine pena.
Un esempio paradigmatico è il vivaio della struttura: vi lavorano solo uomini, mentre le donne restano confinate in incarichi che non costruiscono competenze spendibili all’esterno. A questo si aggiunge la questione del sovraffollamento: nelle celle dove dovrebbero essere ospitate quattro persone si è arrivati ad aggiungere un settimo letto, con conseguenze pesanti sulla vivibilità e sulla salute mentale.
Accesso alle attività di cura della salute e alla sessualità
Su alcuni fronti sono stati avviati interventi: iniziative di prevenzione oncologica per seno e utero hanno preso avvio grazie alla collaborazione con associazioni esterne. Per quanto riguarda la sfera affettiva, molte strutture offrono la cosiddetta camera dell’amore per incontri privati, e a Bollate è prevista la possibilità di sostituire alcuni colloqui con questo spazio. Tuttavia, rimane una sensazione diffusa di disattenzione verso esigenze specifiche come la maternità e la continuità dei legami familiari.
Maternità, relazioni familiari e diritto alla cura
La gestione della maternità emerge come uno dei punti più dolorosi: la frequenza dei contatti con i figli è spesso minima, e la separazione genera conseguenze profonde. Le detenute segnalano che, anche quando esistono buone pratiche introdotte temporaneamente (come l’aumento delle telefonate durante la fase di emergenza sanitaria), non sempre queste vengono mantenute in modo stabile. A Bollate, per esempio, alcune misure introdotte durante il periodo Covid sono state conservate, ma resta la richiesta di garantire la possibilità di effettuare una chiamata al giorno e l’accesso regolare alle videochiamate per mantenere il legame famigliare.
Secondo le interlocutrici del libro, ciò che la maggior parte delle donne mostra è un rifiuto del carcere come esperienza di vita: questo rifiuto viene spesso interpretato come disagio o inadeguatezza, quando invece può rappresentare un segnale di salute mentale e di diversità di risposta rispetto alla detenzione rispetto agli uomini. Ascoltare queste reazioni, secondo gli autori, è fondamentale per ripensare trattamenti e servizi.
Prospettive storiche e fallimenti di riforme pensate al femminile
Nel 2008 fu avviata una indagine ministeriale e un progetto denominato Piaf, «Pensare insieme al femminile», con linee guida operative per le direzioni degli istituti penitenziari. Oggi molti degli intenti di quei documenti sono rimasti in gran parte inattuati: le indicazioni non sono state trasformate in prassi diffuse e l’attenzione istituzionale è calata, segnala la prefazione del libro. Gli autori sottolineano come anche esercizi di buona gestione in strutture modello come Bollate non bastino se manca una visione complessiva che riconosca e risponda alle differenze di genere.
Una delle testimonianze più forti raccolte riguarda il divieto o la limitazione di oggetti simbolici come lo specchio: la storia di una detenuta che, per la prima volta dopo quindici anni, si vede riflessa per intero in uno specchio è usata dagli autori come metafora della negazione dell’identità e della dignità che il carcere può determinare. Questo episodio rappresenta il senso di urgenza che emerge dai racconti: riconoscere la persona dentro la pena significa anche ripensare gli elementi più semplici dell’esperienza quotidiana.
Nel complesso, il libro realizzato da persone detenute e da operatori propone una lettura fatta di storie concrete, numeri e osservazioni di campo che invitano a rimettere al centro la differenza di genere nell’organizzazione del trattamento penitenziario. Le richieste ricorrenti sono chiare: eliminare le disparità di accesso alle attività, conservare pratiche utili come maggiore accesso alle comunicazioni familiari e costruire percorsi che tengano conto della maternità e della salute femminile. Per le autrici, ascoltare è il primo passo per cambiare una macchina che ancora parla troppo spesso una lingua pensata per gli uomini.



