Bad Bunny ha portato a Milano non solo un concerto, ma un vero e proprio manifesto culturale. Davanti a quasi 80mila spettatori all’Ippodromo La Maura, il 32enne Benito Ocasio ha dimostrato che la musica globale non è più appannaggio esclusivo dell’inglese. Con quasi tre ore di spettacolo, il cantante portoricano ha trasformato il suo concerto in un evento che va oltre la musica, toccando temi di identità, politica e cultura.
Il concerto, parte del Debí Tirar Más Fotos World Tour ha visto la partecipazione di un pubblico entusiasta che ha cantato ogni strofa, dimostrando come il messaggio di Bad Bunny arrivi forte e chiaro, nonostante la lingua spagnola. Questo è stato evidente quando un gigantesco rospo animato è apparso sui maxischermi, ammonendo chi non conosce la lingua: “Vi state perdendo il messaggio”. In realtà, il messaggio è arrivato lo stesso, attraverso la musica, le immagini e la partecipazione del pubblico.
Un concerto che va oltre la musica
Lo spettacolo è stato aperto dalla band Chuwi un gruppo portoricano che ha riflesso la doppia anima di Bad Bunny. La prima parte del concerto ha sorpreso anche chi identifica Bad Bunny solo con il reggaeton. Sul palco c’era una grande orchestra, con salsa, strumenti tradizionali e momenti di sperimentazione. I ballerini con i cappelli di paglia, usati dai lavoratori agricoli, hanno aggiunto un tocco di autenticità.
Uno dei momenti più ricchi a livello stilistico è stato Baile Inolvidable che si è aperto con un lungo assolo di sintetizzatore. La band ha dimostrato una libertà esecutiva rara, lasciando spazio agli assoli e all’interplay tra i musicisti. Poi tutto è cambiato: Benito ha abbandonato l’abito elegante color crema, indossando una giacca da ragazzo di strada e i classici pantaloni larghi a tre quarti. Reggaeton, latin trap e hit come Tití Me Preguntó hanno fatto esplodere La Maura, mentre laser, fuochi d’artificio e led lampeggianti avvolgevano il pubblico in un autentico rave latino.
La Casita: un simbolo di contraddizione
Il secondo atto dello spettacolo è stato ambientato nella discussa La Casita una replica di una tipica abitazione portoricana. Questo simbolo delle battaglie di Bad Bunny contro la gentrificazione che sta trasformando Porto Rico è diventato il cuore dello spettacolo. La casa delle radici è diventata il luogo da cui Bad Bunny canta circondato dai ballerini, come durante una festa di quartiere.
Tuttavia, La Casita, situata in mezzo all’Ippodromo, rappresenta anche una contraddizione. È uno spazio riservato a ospiti VIP, influencer e fan selezionati, perlopiù modelle. Questo ha creato una tensione tra il messaggio di inclusione sociale che attraversa il lavoro di Bad Bunny e la realtà di uno spazio esclusivo. Nonostante questa contraddizione, il peso culturale di Bad Bunny rimane inalterato.
Un artista con un impatto politico
Bad Bunny non è solo un musicista, ma anche una voce politica. Dalle prese di posizione contro le politiche migratorie dell’amministrazione Trump alla scelta di non portare il tour negli Stati Uniti per il timore di controlli dell’ICE, Bad Bunny usa la sua popolarità come piattaforma civile. Il suo impegno va oltre la musica, toccando temi di inclusione e diritti.
Nessun artista di lingua spagnola aveva mai riunito un pubblico simile in Italia. Bad Bunny è il cuore musicale di Porto Rico, ma anche di Cuba, Brasile, Perù, Nicaragua. Il reggaeton, contaminato con salsa, bomba, musica jíbara, trap e pop, non è più un genere da classifica, ma un linguaggio globale e politico. Bad Bunny ne è il volto più autorevole, un artista che ha trasformato le proprie radici locali in un fenomeno universale.
Il concerto a Milano ha dimostrato che oggi il centro della musica, a livello sociale, può trovarsi molto lontano dall’inglese. E che il centro del mondo può abitare e ballare, soprattutto, fuori dagli Stati Uniti.



